mercoledì 8 marzo 2017

[Dal libro che sto leggendo] Derive




Fonte: SudOuest
Abbiamo trattato diversi temi dall'inizio dell'anno e ora è il momento giusto per l'attualità. Di questo autore vi ho parlato durante la fiera di Roma, Più Libri più liberi, e anche del libro. Cominciamo con il dire che non è un libro per animi deboli. Pascal è stato reporter di guerra e questi mondi, le abitudini, le credenze di cui parla le conosce e non per lontano sentito dire, ma proprio da testimonianze dirette.

Quando in fiera ho chiesto, se non pensasse che essere così diretto lo avrebbe penalizzato mi ha risposto che, in tutta coscienza, crede che questo shock serva a tutti. Serve perché dobbiamo essere in grado di capire che cosa significhi fare scelte del genere quando dietro non hai nulla più che il peggio che ti si possa prospettare. Tra male e peggio, in fondo, meglio il male, puoi sempre pensare di aver meno da risalire per vedere il mondo che invece ognuno di noi, vede normalmente senza guardarlo.

Quindi queste tre storie che si intrecciano a Villeneuve-Roi, vanno prese proprio così come vengono raccontate, ben sapendo che lasceranno un segno indelebile di un'esperienza vissuta attraverso le parole di un uomo che ha il dono di rendere questi mondi decisamente tangibili.
Ne riparleremo presto visto che è uno dei libri che devo ultimare di leggere.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Virgil  


Era un’estate torrida. Perfino le rose andavano in cerca dell’ombra. Virgil non sentiva più le gambe. Le aveva tenute incrociate per troppo tempo una sull'altra, come la falce e il martello delle bandiere rosse della sua infanzia. 

Non aveva il coraggio di muoversi. Il cane, un bastardo grigio con i denti gialli, continuava a gironzolare lì attorno. Allungò cautamente la mano in cerca della cucciolata di topolini. Il tepore del loro pelo grigio lo consolò. Uno dei piccoli gli succhiò la punta del dito. Ne contò sei, più la madre. Il padre se ne era andato –come lui. 

Prima, in Moldavia, adorava i cani e detestava i topi. Ma da quando era arrivato in Francia molte cose si erano capovolte. 
Qui costruiva case e abitava all’aperto. Si spaccava la schiena per dar da mangiare ai suoi figli senza poterli abbracciare e faceva a meno delle medicine per regalare profumi a una donna di cui non ricordava nemmeno più l’odore. 
Chiuse per un attimo gli occhi e immaginò la grande pentola di boršč cuocere a fuoco lento nella cucina del piccolo villaggio di Torjeuci. Oltre i vetri appannati, il pergolato faceva ombra a un minuscolo pezzo di giardino. Quella visione gli riempì il cuore, ma non lo stomaco. 
Da due mesi ormai viveva rintanato in un buco. Una tomba lunga un metro e novanta, larga e profonda uno, scavata con le mani nel bel mezzo della foresta e ricoperta da un tetto di rami e foglie. 
Di giorno ci sotterrava le sue cose. Di notte ci seppelliva sé stesso. A nessuno sarebbe venuto in mente di andare a cercarlo lì, inghiottito dalla boscaglia, tra un tronco d’albero piegato dall’ultima tempesta e un groviglio di rami secchi. 

Il mastino sollevò la zampa, fece qualche goccia di pipì, la annusò e si allontanò con il muso sospettoso. Virgil aspettò alcuni secondi, poi si contorse, si afferrò i polpacci e li massaggiò a lungo. Il corpo gli faceva male come gliene aveva fatto il comunismo per più di trent’anni. Eppure, alcune mattine, quasi rimpiangeva l’immobilismo e la rigidità di un tempo. 
All’epoca, quanto meno, nessuno gli prometteva nulla, se non noia e mediocrità. Niente imbrogli sulla merce. Provava perfino una certa gratitudine nei confronti di quelli che erano stati i suoi aguzzini. Non offrendogli nulla, gli avevano dato l’essenziale: una volontà e un ottimismo senza limiti, che aveva acquisito a forza di resistere, di estirpare i paletti a cui volevano legarlo e di sottrarsi allo stampino nel quale in tanti si erano lasciati duplicare, per debolezza o per stanchezza, rinunciando così al sogno di una vita diversa. 
Lui non voleva rinunciare a niente. Meno che mai alla felicità di sua moglie e dei suoi figli. Si scontrava con regole, proibizioni, ingiustizie, favoritismi, nella speranza di trovare, un giorno, la sua via di fuga –come una mosca che incomprensibilmente continua imperterrita a sbattere contro un vetro. 
Il comunismo aveva fatto di lui un bulldozer. Niente poteva fermarlo, né i muri né le frontiere, perché, pensava, di peggio non poteva esserci. Alla forza d’animo veniva ad aggiungersi un fisico fuori dal comune. E anche in questo caso, un bel brindisi al Partito. Il giovane stalliere, fragile e mingherlino, orfano di padre, spintonato e maltrattato, non esisteva più. Cinque anni nell'esercito a collegare condutture nel nord della Siberia a cinquanta sotto zero avevano fatto di lui un uomo massiccio, robusto e con la scorza dura. Girava le braci a mani nude e si chiudeva le ferite con il filo da cucito. Il suo corpo non aveva voce in capitolo; Virgil non lo ascoltava. 
Nessun carico era mai troppo pesante, nessun equilibrio troppo precario, nessun riposo necessario. Mascherine, calzature di protezione, guanti, tutto superfluo. Maltrattava, senza preoccuparsene, quello che era il suo unico capitale, convinto di potervi attingere all’infinito. 

Poi, una notte d’agosto del 1991, si era alzato il sipario sulla Moldavia. Fu come un bagliore improvviso dopo anni di tenebre. Virgil ricordava gli immensi falò che avevano incendiato il paese, le statue buttate giù con la forza delle braccia, i bicchieri traboccanti di cognac e speranza. Basta grigio. Davanti a loro si apriva un mondo a colori. Primi boccioli di libertà. 
Sua moglie Daria, sempre discreta, ballava sopra il tavolo con la gonna sollevata sulla pelle bianca e liscia, sottile come carta velina; dall’avvento del comunismo aveva pregato di nascosto per paura di essere denunciata alla polizia politica. Le tre gravidanze non le avevano lasciato nessuna rotondità, visto quanto si era ammazzata di lavoro in un’azienda agricola statale a stipare cavoli e patate sul retro di carri che poi sparivano chissà dove nella grande economia pianificata. A lei invece toccava un pezzetto di arida terra da rastrellare se voleva dar da mangiare ai suoi figli qualche rapa che loro trangugiavano alla velocità di una nidiata di passeri. 
Quella sera Nicolaï, il maggiore, aveva preso i bicchieri dalla credenza intagliata dal nonno, un compagno della prima ora, morto a un mese dalla disfatta rossa e seppellito in fretta e furia, con una pala, con gli ultimi onori del Partito. 
Cappellino al contrario, preferiva già Dr. Dre a Vladimir Il’ič. 
Vlad e Emil, i due figli più piccoli, bisticciavano per chi dovesse stappare l’ultima bottiglia di un pessimo champagne di kolchoz. La produzione successiva sarebbe stata frizzante, a immagine della vita promessa da Mircea Snegur, il nuovo presidente. Un comunista improvvisamente convertitosi al pluralismo, di quelli che non s’impantanano mai e vanno avanti anche con il fango alle caviglie. Si era appena imposto nelle prime elezioni libere alla testa del Partito democratico agrario (Pda) e tutti i moldavi credevano al suo cambiamento. 
Due anni dopo non crescevano più nemmeno le erbacce. Bisognava cercare tra le buche quello che rimaneva delle strade, nel paese mancava tutto, specie gli uomini, partiti a lavorare come bestie da soma nei cantieri d’Europa; quanto alle madri, alcune vendevano di nascosto i reni dei figli per pagare i debiti. Solo la mafia e Mircea Snegur andavano avanti a champagne. Per gli altri, il sipario era tornato a chiudersi sulle promesse di una ripresa, stroncando così ogni speranza. 
Virgil aveva capito che la felicità non avrebbe messo troppo presto radici in Moldavia. Meglio andare a cercarla altrove, intanto da solo, in avanscoperta. L’aveva promesso alla Madonna in salotto. E così a Daria e ai bambini non sarebbe mancato più nulla. Sarebbe andato alla ricerca della loro America. Contro i venti e le correnti.

Questo pezzo è tratto da:

Derive
Pascal Manoukian
66thand2nd, ed. 2016
Traduzione di Francesca Bononi
Collana "Bazar"
Prezzo 17,00€

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