venerdì 31 luglio 2015

"Divergent", Veronica Roth - Una recensione divergente....



Fonte: Itsfilmedthere


Confesso di aver avuto notizia, più che tempestiva, di questa trilogia dalle recensioni video e dei blog americani (sono un'eterna curiosa, oramai lo sapete!) , ma pure quando, dalla De Agostini, mi è arrivata la comunicazione dell'uscita del libro di "Insurgent", in concomitanza dell'uscita del film in versione italiana, non sono andata poi così a fondo alla questione; mi sono limitata a pensare che fosse come quei film che finiscono per mancanza di attori, sterminati da tutto il possibile armamentario conosciuto e sconosciuto, e sono passata oltre. Poi a Giugno mi è capitato di vedere il film - l'ho dovuto rivedere due volte perché la prima era già iniziato - e mi sono ritrovata a pensare: "Ma vuoi vedere che è la volta buona che hanno scritto una bella saga?". In parte sì, leggendola gli elementi di successo anche per gli adulti, e non solo per i giovani che ne sono il pubblico destinatario, ci sono tutti: un bel contesto post-apocalittico, una storia che si muove all'interno di una società con dei limiti definiti e limitanti, una rivoluzione e infine qualche scazzottata, che se non c'è non siamo americani. "In parte sì" perché l'autrice non è che ci abbia creduto fino in fondo e, seppur abbia avuto fra le mani il possibile "contesto perfetto", ha gestito la storia, a volte, arrampicandosi sugli specchi.

La trilogia si divide in tre libri: Divergent, Insurgent, Allegiant. Nel primo libro una parte abbastanza importante è data dal contesto. Storia e contesto non hanno lo stesso peso ma è questo sbilanciamento che garantisce alla storia di non sembrare come tante altre. Il contesto ci dice che siamo in un'epoca indefinita - informazione, questa, non definitiva ma ne riparleremo con Allegiant-, in una città che è sopravvissuta alle grandi guerre. Beatrice, la protagonista, ci dice che la città è stata protetta dagli antenati con una alta e fitta recinzione per difendere la popolazione da eventuali attacchi esterni di chi, fuori, "non si è mai ripreso dalla guerra" (cit. Four o Quattro nella versione italiana). Sempre gli stessi antenati hanno cercato di organizzare la società, che si è venuta a creare, in modo tale da impedire nuovi conflitti. Quindi hanno creato delle fazioni che fossero tutte dipendenti le une dalle altre, ognuna rappresentata dalla propria attività prevalente: Eruditi (scienza e conoscenza), Abneganti (aiuto dei più deboli), Intrepidi (milizia e protezione) Candidi (verità e giustizia), Pacifici (agricoltura e approvvigionamenti). Chi non rientra in queste categorie è appartenente ad una non-fazione ovvero agli esclusi.

La storia. Beatrice, che è anche colei che racconta in prima persona, ci introduce  nel racconto nel momento in cui, a chiusura delle scuole (eh sì il film questo lo taglia), si ritrova a dover pensare alla "Cerimonia della scelta" che è preceduta da una giornata di test, diciamo attitudinali, che attraverso una simulazione, le suggeriranno quale possa essere la sua possibile destinazione finale. Appartiene fino a questo momento alla fazione degli Abneganti, che però non sente affatto sua, nella quale vive con i suoi genitori - che hanno anche un ruolo di affiancamento di Marcus il capo del governo della città-, e con suo fratello Caleb che, come lei, si trova ad affrontare la stessa scelta. Succede a tutti i ragazzi che siano entrati nel sedicesimo anno di età. Il test risulta inconcludente e lei si ritrova a decidere del suo futuro completamente da sola. Per la società nel momento in cui dichiara la sua "natura" diventa membro effettivo e quindi considerata come un adulto. 

La cosa che mi ha più colpita, sia nella versione libro che nella trasposizione cinematografica, è l'incastro perfetto. Ogni cosa ha un suo naturale posto, proprio perché ciò che la regge in piedi non è una cosa sola ma il sistema di forze che si concentra nei punti nodali dove il tutto si incontra. Così la società rappresentata è come tante ma, in effetti, nel libro assomiglia più ad una comune dove il lavoro del singolo, sommato al quello del gruppo, produce la sopravvivenza degli altri gruppi che lo mantengono attivo. Ma al tempo stesso le fazioni vivono come compartimenti stagni e il valore del singolo è volutamente perso nel valore di gruppo; "la fazione prima del sangue" ripetono spesso i protagonisti e, per fazione, si intende la famiglia allargata dove non c'è un ambiente privato ma si vive, si mangia e si dorme tutti insieme. L'anomalia si presenta solo in alcuni casi, nel film ogni famiglia abnegante, povera e senza beni per definizione, ha assegnata una casa, mentre per i pacifici sono stanze, gli intrepidi preferiscono, a detta dell'autrice, dormire tutti insieme tranne qualche caso e, invece, di candidi ed eruditi si sa veramente poco.

Fin qui gli elementi del romanzo distopico ci sono tutti: società post apocalittica, la necessità di un ordine certo per garantire la pace, una gerarchia definita che si segue ciecamente, l'annullamento dell'individuo. Ma cosa avverrebbe se un individuo non si potesse incasellare in un solo stile di vita? La domanda posta porta anche ad una osservazione differente di questa società. Se da un lato è strutturata come una comune, dall'altro assomiglia a quella che viviamo. Anche il nostro lavoro, sommato a quello degli altri, dovrebbe garantire il funzionamento della vita nel nostro mondo. Eppure noi cambiamo fazione ogni giorno, da quella dei lavoratori, diventiamo persone che si individuano per stile, hobbies, pensiero e credo. E la società moderna e globalizzata funziona nel medesimo modo il lavoro di tutti è indispensabile, il guadagno, però, è raccolto da pochi. Nello stesso tempo, però, per sentirci accettati e realizzati tendiamo al disegno di gruppo, a cercare credo e collaborazioni, creando a nostra volta dei sottogruppi. La vita comunitaria e per un disegno comune ci uniforma, attraverso dei canoni standardizzati che ci fanno sentire sicuri e stranamente liberi.

Cosa distingue il nostro mondo da quello disegnato dalla Roth? Semplicemente l'obiettivo, la visione d'insieme che nel suo mondo si ottiene con una società primitiva, che si costruisce giorno per giorno, mentre, nel nostro mondo, il rumore generato dalla fretta e dalla iperattività - e quindi dalla mancanza dell'istinto primitivo di sopravvivenza - ci distrae dall'elemento concreto e ci fa fare scelte superficiali. La nostra appartenenza diventa quindi simbolica e non consapevole fino in fondo e questo rende il nostro ventaglio di scelte superficiali e prevedibili, programmabili e anche catalogabili. E qui ritorniamo alla domanda precedentemente posta: Ma cosa avverrebbe se un individuo non si potesse incasellare in un solo stile di vita? Secondo la filosofia della Roth ed è quello che succede anche nella nostra società risulterebbe Divergente ovvero non classificabile. Perché fa così paura? Semplice: per i protagonisti della Roth, perché non è dominabile. Per noi, per lo stesso motivo: se ragiona in mille modi diversi e se soprattutto è in grado di porsi domande su quello cui si chiede di credere ciecamente, è pericoloso perché potrebbe mettere in discussione  la fede o gli obiettivi che sono l'elemento fondante del gruppo cui appartiene. In questo senso, ovvero la ricerca e la distruzione di qualsiasi anomalia possa minare lo status quo, stabilito e accettato, e la filosofia della scelta, questo lavoro ricorda molto Matrix, non so se volutamente o no, ma paiono questioni prese da quella serie di film. Ma mentre la "divergenza" diventa lo scopo di distruzione e di vita dei protagonisti, la "scelta" è oggetto di pochi capitoli e non viene mai approfondita (almeno non come anticipa il sottotitolo del libro che cita "Una scelta può cambiare il tuo destino"), bensì presa solo come un dato di fatto. Ed è un vero peccato perché, ad un certo punto salta nuovamente fuori nel finale e, pur potendo portare un valore aggiunto, viene passata sottobanco con riferimenti alla natura umana. La scelta non è oggetto di ponderatezza - in fondo Beatrice ha 16 anni e si pone poco il problema- ma solo scaturita dalla natura della nostra personalità, mentre in Matrix diventa filosofia pura dove, "scelta" e "natura umana" sono scisse completamente e la prima prescinde dalla natura del prescelto perseguendo però il suo destino.

A quadrate l'architettura distopica c'è infine la "paura dell'ignoto": la città ha una sua milizia e delle fortificazioni che la difendono da quel che non si conosce. L'ignoto, un qualcosa di indefinito e che forse non arriverà mai, che costringe però la città stessa a perseguire comunque lo scopo difensivo. Tale obiettivo non rimane sono aleatorio ma ha anche un ruolo ben definito, quello di tenere insieme il mondo costituito grazie al timore che ne diventa il collante. Come si rompe questo sistema? Con l'individualismo, Jeanine Matthews, capo-fazione degli eruditi, comincia una campagna stampa contro gli abneganti. Il potere non deve andare agli altruisti, per loro natura non votati all'interesse personale, bensì agli eruditi che hanno la conoscenza in mano - notare che gli eruditi della Roth sono solo scienziati e ricercatori, quindi scrittori e filosofi sarebbero degli esclusi! E la scelta, nel contesto di questo libro, non è del tutto sbagliata-. Dopotutto, chi conosce comanda. 
Se si analizza questo concetto potrebbe anche sembrare corretto, chi ha la conoscenza, dovrebbe avere una visione d'insieme migliore di chi ha campi più ristretti. Al tempo stesso, non basta essere altruisti per essere giusti governanti ma, se proprio andiamo a guardare bene, nessuna delle fazioni ha delle caratteristiche necessarie potere governare in maniera giusta. In un mondo idilliaco ogni rappresentante delle varie fazioni dovrebbe poter dire la sua e l'insieme delle caratteristiche, di coloro che sono chiamati a rappresentare la collettività, dovrebbe dare come risultato un sistema democratico e illuminato che permetta alla comunità di avere tutto ciò di cui ha bisogno e al contempo di vivere in una società giusta. Ma cosa avviene in realtà? Che, come dicevo nella recensione de "La fattoria degli animali", la cessione del potere può essere pericolosa perché "la tentazione di colui che detiene man mano più potere [...] (è) vizio connaturato alla natura mortale dell'uomo". La soluzione qual è? Devo ancora trovare un romanzo distopico che affronti questo tema risolvendolo. Nella cosmologia schmittiana de "La giostra del piacere", che distopico non è ma descrive quello che succede poco prima dell'apocalissi del singolo individuo, l'unica soluzione è il "baratro" ovvero il reset dello status quo e lo start-up di una nuova società che riparte da zero. Che sia l'unica possibile? Non è dato sapersi, ma forse prima o poi lo scopriremo.

Detto questo, dopo tutte queste riflessioni altolocate, ci sarebbe da dire pure sulla storia che si muove dentro questa architettura perfetta e che ha dei punti vincenti. Beatrice si trova non solo a dover affrontare l'iniziazione della fazione cui appartiene ma anche a combattere per idee che in fondo non erano sue. La sua natura umana, che la tiene legata alla famiglia, le fa capire il pericolo e sa perfettamente di non essere uniformabile e quindi ad un certo punto si trova a dover accettare un aiuto, anzi più di uno, che piovono come elementi di salvataggio quando la trama si potrebbe risolvere in un nulla di fatto. Quindi libro bello bellissimo? Ni, come dicevo a cappello di questa recensione, in parte sì, per me che sono un'amante del genere, in parte no perché molte di queste informazioni vengono da riflessioni da adulti e l'autrice non tende mai a far riflettere i propri personaggi sul contesto che li circonda. Aggiungiamo a questo anche il gran numero di cliché che fanno parecchio sorridere o di spiegazioni rimaste sospese come ad esempio:


  • i pacifici, che siccome vogliono vivere in armonia, si vestono come Hippies;
  • il fatto che ogni fazione coltivi comunque l'individualità, come le case per gli abneganti, i capifazione quindi una struttura verticale, il benefit (la macchina di Jeanine ad esempio) e via dicendo;
  • che per ogni problema c'è un siero, quando non si sa come svoltare la situazione c'è sempre un siero in agguato;
  • Beatrice è fondamentalmente una una persona instabile più che divergente, prende decisioni e cambia idea nel raggio di pochi secondi ed è al contempo una bimba e un terminator;
  • "la mia mamma e il mio papà", temo sia una questione di traduzione, ma il fatto che qualcuno, che sta sparando all'impazzata, pensi "la mia mamma e il mio papà" mi fa decisamente strano - pensare poi che un adolescente che secondo le mode, apostrofa i suoi genitori nei modi più disparati, di cui il più gentile è mà e pà o mamma e papà senza altri ammennicoli, me lo fa sembrare meno reale- [Aggiornamento del 4/8/2015- Grazie ad Irene (Librangolo Acuto) che lo sta leggendo in lingua originale, la traduzione letterale sarebbe "mia madre" o "mio padre" niente mamma e papà];
  • è lampante che a scriverlo sia stata una donna, visto che i maschi, persino degli intrepidi, sembrano più delle adolescenti che degli adolescenti;
  • il gioco del rubabandiera, descritto in pratica come tale dai Four ed Erick, che qui viene definito "strappabandiera"[Aggiornamento del 4/8/2015- Grazie ad Irene (Librangolo Acuto) che lo sta leggendo in lingua originale la traduzione è comunque errata perché in americano è scritto "capture the flag"];
  • le pessime descrizioni dei combattimenti, talmente affollate di gesti che non si riesce mai a capire "chi colpisce chi" se non rileggendo il passo almeno tre volte.
Perché piace tanto ai ragazzi? Semplice, mettendo da parte quel che fin qui vi ho detto, l'identificazione è molto semplice. A sedici anni si è grandicelli ma non ancora adulti, pensare di poter vivere in un mondo che finalmente ti ascolta è un bel sogno, come anche quello di fare parte di un gruppo ed esserne membri effettivi. In più colpiscono anche messaggi che, invece, potrebbero essere meno evidenti come per esempio, l'unirsi per un reale obiettivo concreto e scegliere per che cosa valga veramente di combattere o contestare e l'impegno per raggiungere uno "status quo" ed essere accettati dagli altri. Elementi che fanno da compendio al mondo bellissimo che qui si rappresenta. La storia d'amore, in questo libro, non è così presente, perché l'interesse è tutto incentrato sullo scopo di difesa ma ci sta, anche se, devo ammettere, di non avr mai visto un diciottenne che, con una bella ragazza fra le mani, si sente dire "Non voglio andar di fretta", che risponde "va bene, me ne ritorno a dormire sul pavimento". Ma ne capisco l'intento educativo. 

Per questo continuerò a sostenere che questa saga poteva veramente porsi sullo stesso piano che ricopre quella di Harry Potter, fatta per i ragazzini più piccoli ma molto letta dagli adulti. Questo sarebbe successo se l'autrice, l'editor e anche chi l'ha opzionato per l'Italia, ci avessero creduto un po' di più. Bastava veicolare i temi, far parlare i protagonisti non solo di "mia mamma e mio papà" (mio e mia non li avrei mai messi!) - magari avessero fatto riferimento alla filosofia che poteva esserci dietro tutto questo! - o non farli piagnucolare quando bisogna prendere tempo, e avremmo evitato intermezzi inutili ottenendo un romanzo distopico veramente perfetto e lineare.
Rimane comunque il fatto che è un libro che ho consigliato e consiglierei ancora, sia agli adulti che ai ragazzi.

È una recensione che non vi aspettavate sul tema? Prendetela come divergente, perché per sparlarne bisogna comunque leggerla e io devo ammettere che sono rimasta felicemente sorpresa di non essermi ritrovata di fronte alla porcheria che pensavo che fosse.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Divergent

Veronica Roth
De Agostini Editore, Ed. 2014
Traduttore R.Verde
Prezzo 9,90€ (copertina flessibile)



Fonte: LettureSconclusionate


mercoledì 29 luglio 2015

[Dal libro che sto leggendo] La prossima volta


Fonte: Il Post


Quando ho scelto di leggere questo libro non avevo ben guardato la copertina, o meglio avevo guardato l'aspetto complessivo e mi piaceva molto. Non avevo notato invece la scritta che campeggia nella pagina superiore, proprio sopra l'immagine, che recita:
"Un libro che piacerà a chi ha amato Twin Peacks"
Ecco, confesso di averlo sempre trovato noioso quel telefilm tanto da averne visto il minimo indispensabile, ma, probabilmente, se avesse avuto la struttura di questa storia mi sarebbe piaciuto molto di più.

L'atmosfera è tetra e su questo è perfettamente in linea con il telefilm ma il giro che si fa per capire che c'è un caso da seguire e successivamente per risolverlo rendono questo libro tutt'altro che noioso. I personaggi sono ben caratterizzati e anche l'ambiente è vicino a quella che è la nostra percezione, la mia forse in questo caso, della provincia americana. Non quella tutta ordinata e perfetta, bensì quella un po' dannata e oscura, un luogo dove i giovani sono pochi come i divertimenti, dove i luoghi di ritrovo si trovano oltre il confine dello stato e solitamente sono definibili come postacci. In questo luogo molto anonimo che è Roma vive la nostra protagonista, la signora Mitchell, insegnante alla scuola media di zona. Emily una studentessa di Susanna, ed è una ragazzina che non riesce ad integrarsi nel gruppo e nel suo girovagare pomeridiano tra i boschi ha scoperto un cadavere. Una donna sepolta, non completamente, in un dirupo nascosto rispetto alle grandi vie. Quel cadavere la affascina e l'attira. Dirlo o no ai suoi genitori? Chiaramente non posso essere io a dirvelo, mi sembra ovvio!

Ha un buon ritmo, la storia scorre velocemente su due fronti paralleli per poi diventare scoperta e ricerca della soluzione. È credibile e anche ben congegnato e a me è veramente piaciuto un sacco. Credo che non sia necessario essere amanti del genere Twin Peacks per apprezzarlo. Consigliatissimo!
Buone letture,
Simona Scravaglieri



Capitolo uno 1  
Emily Houchens guardò Christopher Shelton, seduto alla sua destra nel banco due file davanti a lei. Lo vide appoggiarsi allo schienale della sedia e far scivolare con un movimento fluido il quaderno sopra la spalla, per mostrare cosa c’era scritto al ragazzo dietro di lui. Il ragazzo, Monty, cominciò a tremare, scosso da una risata repressa. Il quaderno sparì, e al suo posto comparve una mano tesa in un gesto di aspettativa. Monty gli diede un cinque: Questa è buona! La signora Mitchell, che, mentre gli studenti scrivevano, passeggiava lungo i corridoi tra i banchi con la sua andatura prevedibile, si era persa quello scambio, ed Emily chinò il mento sul petto per nascondere un sorriso. Christopher era dotato della fortuna e della disinvoltura di un eroe da film d’azione. Gli andava sempre tutto bene.«Ancora cinque minuti», annunciò la signora Mitchell, ed Emily riportò l’attenzione al foglio posato sul banco e alle poche righe striminzite che aveva scritto per rispondere alla traccia. Era venerdì, e quel giorno la lezione di inglese era dedicata alle simulazioni dei test d’esame, che tutti odiavano. Emily sospettava che perfino la signora Mitchell li odiasse. La traccia diceva: Come gli scrittori, anche i pittori si servono di immagini, tonalità e perfino personaggi per esprimere nella propria opera un tema o un’emozione. A. Scegliete un’emozione o un’immagine importante espressa nel romanzo A Separate Peace. B. Immaginate in che modo un pittore potrebbe rendere la stessa emozione, o immagine, su tela. Descrivete l’ipotetico quadro, spiegando come e perché gli stati d’animo o il simbolo che avete scelto vengano comunicati grazie a una serie di scelte in termini di spazi, colori, pennellate e forme. «Sono tutte stronzate», era la frase che un giorno Emily aveva sentito dire da Christopher agli amici a pranzo. Si era seduta al solito posto – non al tavolo degli studenti più popolari, ma a un altro lì vicino, per poter mangiare voltando le spalle al gruppo e ascoltare le conversazioni senza dare nell’occhio, e senza essere disturbata. La pausa pranzo seguiva immediatamente l’ora di inglese, perciò spesso l’argomento delle invettive di Christopher era la signora Mitchell, forse l’unica insegnante dell’ala della scuola che ospitava gli studenti della settima e ottava classe ad apparire indifferente di fronte al bel ragazzo affascinante trasferitosi l’anno prima dal Michigan a Roma, Kentucky. «Non ho mai preso un B ad Ann Arbor. Ed era Ann Arbor. Come si permette un’insegnante d’inglese di una scuola in culo ai lupi di darmi un B? Non parlate nemmeno inglese qui». Gli altri ragazzi al tavolo avevano riso in segno di approvazione. In quel momento, quando la signora Mitchell riprese a passeggiare per la classe, Emily si affrettò a concludere il paragrafo e posò la penna. Le prudevano le ascelle per il caldo, e un grumo d’ansia le si formò in gola. Stupida, stupida a lasciarsi distrarre un’altra volta da Christopher. Le domande a risposta aperta facevano media. «Rileggete prima di consegnare», disse la signora Mitchell. Gli studenti si agitarono facendo cigolare le sedie, e si udì un coro di sospiri. «Oggi leggeremo ad alta voce qualche risposta, e le commenteremo insieme. C’è un volontario?». Emily si tirò i capelli davanti alla faccia. Non io, non io, non io, pregò. Sentì una risatina, e sbirciò tra le ciocche. Monty stava pungolando Christopher tra le scapole con la gomma all’estremità della matita, e Christopher si dimenò sulla sedia. Alzò di scatto la mano.La signora Mitchell lo guardò con aria circospetta. «Sì, Christopher?». «Leggo io la mia», disse lui, lanciando un’occhiata soddisfatta verso Monty, che chinò la testa sul banco. Emily lo sentì sbuffare per lo sforzo di trattenersi dal ridere. «Leggi pure», rispose la signora Mitchell. Christopher si alzò, tenendo il quaderno di fronte a sé come un oratore. «In A Separate Peace, Finny decide di mettersi una camicia rosa. Alcuni sostengono che si tratti di un’espressione di individualismo, ma secondo me vuol dire che è gay. Camicia rosa equivale a gay. Anche il nome, Finny, fa molto gay. Perciò il mio pittore dipingerebbe un gay con la camicia rosa, che è un simbolo gay al cento per cento». Ci fu un silenzio sbigottito. Gli studenti si scambiarono occhiate incredule e divertite, poi riportarono l’attenzione sulla signora Mitchell, pronti per l’inevitabile esplosione. L’insegnante aveva il volto violentemente arrossato, come sempre quando era agitata, e le tremavano le mani. Emily si sentì male di riflesso per l’imbarazzo. «Va’ in fondo all’aula e siediti», disse la signora Mitchell, con voce tremante. «Resta lì. Non uscire quando suona la campanella». All’improvviso anche il collo di Christopher cominciò a brillare in una vampata di rossore. Fece il gesto di chinarsi a raccogliere i libri sotto il banco. «Vai», disse la signora Mitchell. «Lascia lì i libri». «Ok. Uffa». Con la bocca contratta in un sogghigno, Christopher fece un baldanzoso dietrofront e infilò le dita nelle tasche anteriori dei jeans, posando i pollici sui fianchi stretti. Si avviò senza fretta lungo il corridoio tra la sua fila e quella di Emily, e lei non poté fare a meno di guardarlo. La sua pelle, che non aveva ancora perso l’abbronzatura estiva, risaltava dorata contro i polsini bianchi della camicia Oxford, e una ciocca di folti capelli castano scuro gli ricadde su un occhio, costringendolo a chinare la testa per scuoterla via. Era sempre stato gentile con lei – ovvero, a differenza di altri ragazzi in classe, non era mai stato crudele. Erano stati compagni di banco per un semestre, durante le lezioni di scienze della settima classe: tutti e due abbastanza intelligenti e coscienziosi da completare in anticipo i compiti assegnati dal signor Wieland, e avere ancora tempo a disposizione per mettersi in pari con quelli per l’ora dopo. Christopher l’aveva perfino aiutata con la sua tesina di scienze, “Gli effetti della radiazione ultravioletta sui girini”: qualche volta, dopo la fine delle lezioni, si era fermato con lei a osservare il comportamento degli animaletti esposti ai raggi delle lampade UV, e a scambiare battute sulla fricassea di girini e sui girini abbronzati, aiutandola a spargere nell’acqua mangime per pesci e a prendere appunti sul diario degli esperimenti. Alla fine Emily era arrivata seconda alla gara regionale di scienze. Christopher aveva gli occhi di un azzurro vivido. Emily non ne aveva mai visti di così azzurri. Lui si fermò accanto al suo banco, con il lieve sogghigno che ancora gli indugiava sulle labbra, e si chinò verso di lei. Il cuore le batteva forte, e aveva la bocca secca. Cercò di inumidirsi le labbra, ma aveva la lingua intorpidita e insensibile, e pregò di riuscire a rispondergli, nel caso le avesse rivolto la parola; di riuscire a dire la cosa giusta. «Piantala di guardarmi, ritardata», le sussurrò Christopher, a voce abbastanza alta da farsi sentire dai compagni più vicini. Si udì qualche altra risatina soffocata. «Che cosa c’è?», chiese la signora Mitchell dall’estremità dell’aula. «Niente», rispose Christopher con aria innocente. Le lacrime traboccarono dagli occhi di Emily prima che riuscisse a fermarle. Appoggiò la testa sul banco, come aveva fatto Monty poco prima, e se le asciugò sugli avambracci. Non è vero. Non sta succedendo davvero. Christopher si lasciò cadere nel banco dietro di lei e infilò bruscamente i piedi nel vano porta oggetti sotto la sedia di Emily. «Potete usare l’ultima parte della lezione per fare i compiti», disse la signora Mitchell. «Chiunque si azzarda a dire una parola finirà in presidenza dal signor Burton insieme a Christopher. Avete capito?». Qualcuno annuì. La signora Mitchell si portò inconsapevolmente una mano alla guancia, ancora chiazzata di rosso. «Consegnate i compiti». Emily strappò dal quaderno il foglio con la risposta e lo tese davanti a sé in un gesto incerto, sfiorando la spalla di Missy Hildabrand, seduta davanti a lei. Missy afferrò il foglio sbuffando, come se Emily non facesse altro che passarle i suoi compiti, al punto che per colpa sua non riusciva a concludere niente. Nel brusio generale Christopher mormorò, questa volta così piano che solo Emily lo sentì: «Piagnona. Va’ a casa a piangere un altro po’, piagnona».



Questo pezzo è tratto da:

La prossima volta 
Holly Goddard Jones
Fazi Editore, Ed. 2015
Traduzione di Silvia Castoldi
Collana "Le strade"
Prezzo 17,50€


martedì 28 luglio 2015

#Pordenonelegge e il "Progetto studenti"...



Fonte: SixtySeven


Mai uscito un post di martedì, siete basiti vero? L'occasione è data solo da una comunicazione che mi è arrivata e che giro per diffondere la notizia ma scanso equivoci, vi invito poi a leggere le indicazioni del sito per capire bene come agire.

PordenoneLegge è una realtà da qualche anno, io l'ho scoperta circa tre anni fa perché avevo appena letto un libro che riceveva parecchi commenti positivi dagli studenti coinvolti nel progetto e curiosando in giro sono capitata per caso nel sito della manifestazione che ha anche un canale tubiano in cui riversa alcune "conversazioni" molto interessanti di studiosi e autori. A memoria c'è un intervento di Claudio Magris riportato in uno dei post domencali di questo blog.

Per garantire una maggiore partecipazione da un paio di anni, tramite delle sponsorizzazioni di Goodnet e VeneziePost, sono state istituite delle "Borse soggiorno" per invitare studenti, anche non provenienti da Pordenone stessa, che abbiano voglia di partecipare agli eventi che vedranno alternarsi nelle varie sessioni autori e studiosi italiani e stranieri.

Dalla borsa soggiorno sono esclusi i viaggi da e per Pordenone ed è richiesta una quota di iscrizione di 160€ che, nel caso di rinuncia verrà rimborsata solo in parte.
Il festival si tiene da Venerdì 18 Settembre a Domenica 20. E i partecipanti assegnatari delle sovvenzioni avranno garantito nel pacchetto:
  • alloggio in strutture convenzionate in città per i giorni della manifestazione;
  • pranzi e cene in strutture che verranno indicate dall’organizzazione;
  • accredito per la partecipazione agli eventi;
  • pagamento della tassa di soggiorno;
  • transfer dalle strutture alberghiere ai luoghi del Festival;
  • organizzazione di momenti conviviali;
  • offerta in omaggio di pubblicazioni scientifiche sui temi del Festival.
Le possibilità di candidatura si chiuderanno il 30 Luglio e quindi previa lettura delle condizioni, che vi consiglio caldamente di leggere, potrete trovare qui il modello da compilare e le istruzioni per candidarvi.

Ho fatto un lavoro in più e ho chiesto informazioni sulla quota di iscrizione e mi è stato risposto che la quota va a sommarsi all'importo totale della borsa di soggiorno. 
Il link del sito è questo: Progetto studenti- PordenoneLegge

Buone letture,
Simona Scravaglieri



domenica 26 luglio 2015

L'ha detto... John Irving

Fonte: Latina.biz


Se siete tanto fortunati da trovare il tipo di vita che vi piace, dovreste anche trovare il coraggio di viverla. 
John Irving


venerdì 24 luglio 2015

"Mistero a Villa de Lieto Tramonto", Minna Lindgren - In fondo non si invecchia mai...



Fonte: Eleonora Degano

Quando ero più giovane mi chiedevo se, passati i quaranta, un giorno, guardandomi allo specchio mi sarei ritrovata a scoprirmi con le fattezze di una signora. In effetti non è successo, oggi mi guardo e sono pressoché uguale a prima, magari diversa fisicamente anche grazie a tutte le cure cortisoniche ho fatto, ma sono sempre me stessa. La risposta che mi sono data alla lunga è che, forse, il vero segreto di giovinezza è quello di continuare a pensare "giovane". Ed è un po' forse il pensiero di Minna che si trova a narrare questa bella storia costellata di tanti personaggi tutti anziani che devono risolvere un vero mistero.

Il mistero riguarda l'improvviso decadimento mentale di alcuni residenti che nel giro di pochi giorni passano dall'essere completamente reattivi a stati di demenza avanzata. Nulla di grave, alla loro veneranda età, starete pensando! In effetti la casualità non è solo l'improvviso passaggio alla demenza senile ma che questa si presenti in particolari pazienti che hanno presentato rimostranze alla direzione della casa di riposo dove alloggiano. Nulla li ferma in questa indagine nemmeno l'insistenza di una caposala che sembra comandare tutti a bacchetta compresa la direttrice. Ma L'aspetto ancora più sorprendentemente bello sta nell'immenso amore di questi vecchietti per la città di Helsinki. Così mentre li seguirete nelle loro improbabili indagini avrete il modo di fare una gita turistica per la città e attraverso la storia delle maggiori e più importanti architetture di questo luogo.

A parte la copertina straordinaria quello che mi aveva colpito di più dell'annunciata uscita di questo libro è stata la fascetta che citava "Tra Miss Marple e il centenario di Jhonasson, il primo libro della trilogia di Helsinki che sta conquistando mezza Europa". Ecco diciamolo, come potete vedere dal link il centenario l'ho praticamente demolito e lo rifarei pure oggi se lo avessi in casa - l'ho invece regalato ad una amica!-. Mentre posso dire che di Miss Marple porta la freschezza dell'impiccio e delle deduzioni a volte sconclusionate, posso dire invece che Jhonasson avrebbe da imparare da questa signora. Questo perché la storia riporta degli incontri al limite del surreale e al contempo divagazioni di ogni genere ma al contempo non risulta affatto sbilanciato e tantomeno noioso. E' un lavoro snello e scorrevole, che stranamente non si perde in descrizioni inutili, tanto care alla letteratura del nord europa, ma che al contempo ha un ritmo tale che la descrizione dello scorrere degli edifici descritti qui e lì non intralcia il ritmo del racconto.

Come avveniva in un altro libro letto lo scorso anno e di un autore italiano, Il convento sull'isola, le descrizioni - chiamiamole turistiche -, fanno da sfondo agli spostamenti e permettono al lettore di seguire contemporaneamente i dialoghi dei nostri eroi sui vari mezzi di spostamento e al contempo di vedere interi scorci della città. In più Siiri, Irma e Anna Liisa, le tre principali protagoniste si completano a vicenda nonostante le dinamiche dei rapporti siano spesso mutevoli, ma d'altronde questo ci suggerisce che ogni età ha fasi identiche come quelle degli amori e delle amicizie facile scaturite da momenti di necessità.

Anche la necessità diventa una risorsa ad una certa età, ci suggerisce Minna, perché quando le necessità mancano ci si sente soli, si perde la voglia di fare altro e soprattutto di darsi una mossa ed è a quel punto che si invecchia. Strano a dirsi, ma se ci pensate il concetto è giusto: più ci si annoia e più non si ha voglia di far nulla, mentre quando siamo impegnatissimi aneliamo il riposo ma troviamo la forza di fare mille cose diverse. Così si presenta Siiri, con la sua lista dei "da fare", un elenco di piccole attività che, messe tutte insieme, fanno sembrare la sua agenda piena. Ed è questa sua agenda sempre piena che le garantisce l'immunità dal reparto misterioso in cui vengono rinchiusi tanti amici. Stessa cosa succede ad Anna Liisa, da sempre messa da parte per il suo cipiglio di ex insegnate, che ritrovandosi coinvolta in un "affare" che poco capisce, mette a disposizione degli altri le sue deduzioni. Il successo o no dell'operazione non dipende da fattori esterni che si palesano ogni tanto senza essere troppo risolutivi, ma nella collaborazione di gruppo.

A questo si contrappone una serie di personaggi surreali e con caratteristiche a tratti comiche, che garantiscono una risata per spezzare la tensione. Stupende le descrizioni della partecipazione in gruppo ai funerali o gli stati confusionali di Irma cui Siiri non si arrende mai così come anche le discussioni intavolate con Anna Liisa e l'amore che sboccia fra due residenti. C'è comicità ma è molto elegante e discreta, un po' come avviene nei romanzi inglesi di altri tempi. E' stato un libro che ho finito in due giorni ed è un lavoro che consiglio di leggere anche a voi, tanto per non prendersi troppo sul serio e per pasare qualche ora spensierata e che sono certa che vi piacerà.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Mistero a Villa del Lieto Tramonto
Minna Lindgren
Sonzogno Editore, Ed. 2015
Traduzione a cura di Irene Sorrentino
Prezzo 16,50




Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 22 luglio 2015

[Dal libro che sto leggendo] Insurgent


Fonte: Blog Xiute


Mi preme dare un avvertimento a chi sta leggendo la trilogia. Qualora stiate leggendo Divergent, il pezzo riportato oggi potrebbe rivelarsi uno spoiler, pertanto vi consiglio di non andare oltre il commento.

Detto ciò siamo a cinque giorni dai "fattacci" - non ve lo posso dire se non rischiando lo spolier! - che hanno generato la fine di Divergent il primo volume della saga. I personaggi principali li conosciamo già tutti se abbiamo letto il libro precedente. L'ansia di Beatrice è quella di non lasciare a metà un "lavoro già iniziato" e quindi è costretta a prendere delle decisioni, a volte, molto poco ponderate.

I toni con cui è scritto questo libro sono gli stessi di Divergent, parla in prima persona la protagonista attorno alla quale satellitano tutto il gruppo di personaggi non totalmente dipendenti da chi è al centro dell'azione. Verrano svelati nuovi segreti e, strano a dirsi, hanno una certa coerenza con il libro precedente.

Come detto già in precedenza, questa trilogia mia ha un po' stupita per un aspetto dei suoi contenuti che però, nonostante il libro sia coerente con il precedente, qui un po' si perdono lasciando il passo a quelli semplicemente più educativi come il sentimento di giustizia, l'amicizia e il sacrificio per l'ideale. Non sono di certo "due cosette", ma i presupposti da cui si partiva con il primo libro, sembra per un attimo lasciare il passo alla storia e alle rivendicazioni, non sempre lucide, dei protagonisti.
Ma non preoccupatevi c'è anche un altro volume, chiaramente già finito anche questo visto che è molto scorrevole.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Io ti ho avvertito e lo rifaccio...sei a rischio di spoiler! Poi non dire che non ti avevo avvertito!


CAPITOLO UNO 

Mi sveglio con il suo nome sulle labbra. Will. Prima ancora di aprire gli occhi, lo vedo di nuovo crollare a terra. Morto. Sono stata io. Tobias si accovaccia davanti a me, appoggiandomi una mano sulla spalla sinistra, mentre il treno sobbalza sui binari. Marcus, Peter e Caleb sono vicini all’entrata. Faccio un respiro profondo e trattengo l’aria nella speranza di alleviare la pressione che mi sta montando nel petto. Soltanto un’ora fa, niente di quello che è successo mi sembrava reale. Ora invece sì. Espiro, ma la pressione non se ne va. «Forza, Tris» mormora Tobias, guardandomi negli occhi. «Dobbiamo saltare.» È troppo buio per capire dove ci troviamo, ma il treno sta procedendo in discesa quindi dobbiamo essere nei pressi della recinzione. Tobias mi aiuta ad alzarmi e mi accompagna verso il portellone aperto. Gli altri saltano giù, uno dopo l’altro: prima Peter, poi Marcus, infine Caleb. Prendo la mano di Tobias. Il vento è più forte sulla soglia della carrozza e mi spinge verso l’interno, come una mano che voglia riportarmi verso la sicurezza. Ci lanciamo nel buio. Il violento impatto con il suolo mi provoca una fitta alla spalla, dove sono stata ferita da un colpo di pistola. Mi mordo il labbro per non urlare e cerco mio fratello. «Tutto bene?» gli chiedo. Si sta massaggiando un ginocchio, seduto sull’erba pochi metri più in là. Annuisce. Lo sento tirare su con il naso, come se stesse nascondendo le lacrime, e devo voltarmi dall’altra parte. Siamo sul prato antistante la recinzione, a diversi metri dal sentiero sconnesso, lungo il quale i carri dei Pacifici trasportano il cibo in città, e dal cancello attraverso cui escono. Adesso, però, l’inferriata è chiusa e non sappiamo come fare a oltrepassarla: la recinzione ci sovrasta, troppo alta e cedevole per poterla scavalcare, troppo robusta per poterla abbattere. «Dovrebbero esserci delle guardie Intrepide, qui» osserva Marcus. «Dove sono finite?» «Probabilmente erano sotto simulazione» dice Tobias «e adesso sono…» esita «chissà dove, a fare chissà cosa.» Abbiamo interrotto la simulazione – ho ancora l’hard disk nella mia tasca posteriore – ma non ci siamo fermati a vedere che cos’è successo dopo. Che ne è stato dei nostri amici, dei nostri compagni, dei nostri capi, delle nostre fazioni? Non c’è modo di saperlo. Tobias si avvicina a una piccola scatola di metallo sulla destra del cancello e la apre. Dentro c’è una tastiera. «Speriamo che gli Eruditi non abbiano pensato di cambiare la combinazione» dice mentre compone una serie di numeri. Si ferma all’ottavo e l’inferriata si apre con uno scatto. «Come fai a conoscerla?» gli domanda Caleb. La sua voce vibra di un’emozione così intensa che quasi lo strozza. «Ho lavorato al centro di controllo degli Intrepidi, monitoravo il sistema di sicurezza. Cambiamo i codici solo due volte all’anno» risponde Tobias. “«Che fortuna» borbotta Caleb, squadrandolo diffidente. «La fortuna non c’entra niente. Ho lavorato lì solo perché volevo essere sicuro di sapere come fare a scappare.» Il modo in cui parla di scappare, come se pensasse che siamo in trappola, mi fa rabbrividire. Non l’avevo mai pensata in questi termini, e ora mi sembra stupido non averlo fatto. Camminiamo in gruppo. Peter si stringe al petto il braccio sanguinante – il braccio a cui ho sparato – e Marcus lo tiene per la spalla, sorreggendolo. Caleb si asciuga le guance in continuazione: sta piangendo ma non so come consolarlo, né perché non sto piangendo anch’io. Invece, mi metto in testa al gruppo. Tobias cammina in silenzio al mio fianco, e anche se non ci teniamo per mano mi dà stabilità.  

* * *  

Intravedo alcuni puntini luminosi: è il primo segnale che ci stiamo avvicinando al quartier generale dei Pacifici. Poco dopo diventano quadrati di luce, che si trasformano in finestre illuminate e, infine, in un complesso di edifici di legno e vetro. Per arrivarci dobbiamo attraversare un frutteto. I piedi sprofondano nel terreno. Sopra la mia testa i rami si tendono gli uni verso gli altri, formando una specie di galleria: frutti scuri pendono tra le foglie, pronti a cadere, e un profumo intenso e dolce di mele troppo mature si mescola con l’odore della terra umida. Quando siamo vicini, Marcus si stacca dal fianco di Peter e passa davanti a tutti. «So io dove andare» dice. Ci guida oltre il primo edificio, verso il secondo sulla sinistra. Tutte le costruzioni, tranne le serre, sono fatte dello stesso legno grezzo e scuro. Da una finestra aperta mi giunge alle orecchie lo scroscio di una risata, e il contrasto tra quel suono e il silenzio di morte che m’invade il petto è stridente. Marcus apre una porta. La totale assenza di misure di sicurezza mi sorprenderebbe se non ci trovassimo nel quartier generale dei Pacifici: la loro fiducia negli altri rasenta spesso la stupidità. Una volta dentro, l’unico rumore che si sente è lo scricchiolio delle nostre scarpe. Non sento più Caleb piangere, non che prima facesse tutto questo baccano. Marcus si ferma sulla soglia di un “ufficio con la porta spalancata. Seduta dentro, con lo sguardo fisso sulla finestra, c’è Johanna Reyes, la rappresentante dei Pacifici. È difficile dimenticarsi di lei, anche se la si è vista una sola volta. Ha il viso segnato da una profonda cicatrice che scende dal sopracciglio destro fino al labbro, rendendola cieca da un occhio e procurandole un evidente difetto di pronuncia. Io l’ho sentita parlare solo una volta, ma me lo ricordo. Sarebbe una bella donna se non fosse per quella cicatrice. «Oh, grazie a Dio» esclama appena vede Marcus. Gli va incontro a braccia aperte ma invece di stringerlo, si limita a toccargli le spalle, come ricordandosi dell’avversione degli Abneganti per i contatti fisici non necessari. «Gli altri del tuo gruppo sono arrivati qualche ora fa… non erano sicuri che tu ce l’avessi fatta» continua, riferendosi agli Abneganti che erano con mio padre e Marcus nel rifugio. Mi ero completamente dimenticata di loro. Poi sposta lo sguardo prima su Tobias e Caleb, quindi su di me, e infine su Peter. «Oh, cielo.» I suoi occhi indugiano “sulla camicia di Peter, inzuppata di sangue. «Manderò a chiamare un dottore. Posso concedere a tutti il permesso di fermarvi stanotte, ma domani spetta alla nostra comunità decidere. Probabilmente non saranno entusiasti della presenza di Intrepidi nella nostra residenza» aggiunge, guardando me e Tobias. «Naturalmente vi devo chiedere di consegnare tutte le armi che avete.» Mi domando come faccia a sapere che sono un’Intrepida, visto che indosso una camicia grigia. La camicia di mio padre. E nel momento stesso in cui penso a lui, avverto il suo odore: un misto di sapone e sudore. Il suo ricordo mi riempie la testa, e stringo i pugni con tale forza da conficcarmi le unghie nei palmi. Non qui. Non quiTobias consegna la pistola, ma quando porto la mano dietro la schiena per tirare fuori la mia, lui mi ferma, intrecciando le dita alle mie per nascondere il suo gesto. Lo so che è una mossa intelligente tenerci almeno una pistola, ma sarebbe stato un sollievo sbarazzarmene. «Mi chiamo Johanna Reyes» si presenta la donna, stringendo la mia mano e poi quella di Tobias. Un saluto da Intrepidi. Sono colpita dalla sua conoscenza degli usi delle altre fazioni. Finché non li vedo con i miei occhi, tendo sempre a scordarmi di quanto siano rispettosi degli altri i Pacifici. «Questo è T…» comincia Marcus, ma lui lo interrompe. «Mi chiamo Quattro» dice. «Questi sono Tris, Caleb e Peter.» Pochi giorni fa “Tobias” era un nome che conoscevo solo io, tra gli Intrepidi; era la parte di sé che aveva regalato a me. Ora, lontano dal nostro quartier generale, ricordo perché nascondeva quel nome al mondo: è tutto ciò che lo lega ancora a Marcus. «Benvenuti nella nostra residenza.» Johanna mi guarda e sorride con un sorriso sghembo. «Adesso, se permettete, ci prenderemo cura di voi.»

Questo pezzo è tratto da:

Insurgent
Veronica Roth
De Agostini Editore, ed. 2014
Prezzo 10,97€ (copertina flessibile)

domenica 19 luglio 2015

L'ha detto... Friedrich Nietzsche

Fonte: Blog Libero . it


La migliore saggezza è tacere e andare oltre. 

Friedrich Nietzsche


venerdì 17 luglio 2015

"Preferisco il rumore del mare", Giovanna Astori e Andrea Masotti - Risacche di storie....



Fonte: Parole del cuore


Vi avevo accennato di questo libro qualche settimana fa e sostanzialmente a distanza di tempo sono comunque contenta di averlo letto. Ci sono due storie una per protagonista dell'introduzione iniziale. Un ragazzo e una ragazza, che stanno facendo ritorno a casa al Sud d'Italia, non si conoscono e si studiano senza rivolgersi nemmeno una parola.
Da una parte c'è Beatrice, figlia di una famiglia borghese cui non è mancato nulla di materiale ma cerca di colmare il vuoto affettivo che l'ha sempre circondata. Dall'altra parte c'è invece Luca, figlio di una famiglia di umili origini che, nonostante la separazione dei genitori ha sempre avuto dei punti di riferimento fissi, a volte troppo fissi, tant'è che non si è nemmeno permesso di sognare. È come se sin da piccolo avesse imparato qual è il suo posto e gli fosse persino impedito di pensare diversamente.

In sostanza l'incontro silente non è solo il momento per entrare nei pensieri di questi due giovani che si squadrano di soppiatto ma anche, e questo è l'oggetto dei racconti, per ripercorrere, la vita e le scelte che li hanno condotti a questo incontro. E dopo... e dopo quando ve lo siete letto, saprete come va a finire. Di certo, e questo ve lo dico poco volentieri, vi sembrerà di aver capito dove vanno a parare gli autori e non sarà così! questo perché l'astuzia dello scrittore, anzi scrittori saprà ben distrarvi e quindi ad un certo punto vi troverete spiazzati, nonostante gli indizi ci siano e siano passati inosservati sotto il naso.

Di certo c'è che è una delle poche volte in cui la struttura della raccolta di racconti che parte da un momento comune ha una struttura armonica. Questo perché i personaggi sono, con le loro storie che ne rivelano carattere e personalità, perfettamente coerenti con quelli che ci ritroviamo a osservare all'inizio. E questa è cosa non da poco perchè significa che il feeling creativo è tale che una storia non sovrasta l'altra e contemporaneamente rimane credibile e rende credibile anche quella opposta. Non è facile perché personalità affini nel modo di scrivere non si trovano quasi mai e, così, spesso le raccolte sono sbilanciate a favore di questo o quel racconto. mentre in questo caso, se pure si individuano le due penne differenti che scrivono, lo scorrere delle pagine e il loro ritmo è identico allo sciabordio del mare nei momenti di calma. 

In più le storie sono costruite bene, non hanno bisogno di lunghi antefatti, ma vengono raccontati i momenti cardine. Come detto nell'anteprima, Masotti è la prima volta che lo leggo, ma so per certo che gli inizi di Giovanna Astori sono stati caratterizzati dalla stesura di parecchi racconti, genere che sa gestire perfettamente e si vede. Come diceva Paolo Cognetti a Più libri più liberi 2014, in un dialogo con Raimo, Il racconto ha le sue regole e deve strutturarsi come fosse un vero romanzo nello spazio di un racconto. 

Così Beatrice nasce in una famiglia che si disgrega per la depressione della madre prima e per i guai del padre. La sua vita è comunque serena ma sterile, la madre la chiama con appellativi che lei sente essere effimeri e di forma, il padre ha perso quello sguardo vivo e innamorato per la sua piccola. Beatrice studia all'università, sognando di cambiare il mondo, ma non sempre i cambiamenti ci piacciono. 

Fa eco la storia di Masotti, con un Luca che vede il disgregarsi della famiglia. I genitori convivono ma come separati a casa, ci vorrebbero troppi soldi per andarsene e troppo perdono per tornare indietro. Così fa il testimone fin da piccolo. E' lui che porta i messaggi, che dice all'uno come sta l'altra e viceversa. In un paese come quello in cui vive, le differenze fra le classi sociali si vedono tutte eppure anche lui riesce ad andare all'università, ma la scelta sarà stata quella giusta? E' giusto scegliere per praticità oppure sarebbe stato meglio intraprendere un'altra strada?

Questa raccolta ha un unico neo. Nonostante sia scritta bene, in alcuni punti la poeticità della situazione prende forse troppo la mano agli scrittori che, secondo il mio personale punto di vista, dovrebbero sfrondare un po'. Non è un qualcosa di ingombrante, ma è quel quid che garantirebbe un buon passaggio di livello. In questo caso, siamo di fronte ad un autopubblicato di scrittori che sono già passati per le pubblicazioni tradizionali, è difficile pensare che una storia così ben architettata non abbia trovato l'editore che la volesse in catalogo ma succede. E sicuramente è uno dei pochi autopubblicati che mi sento di consigliare ai lettori. Come detto ad uno degli autori, un leggero editing sul testo andrebbe rifatto per alleggerire qualche passaggio ancora un po' appesantito dalla retorica, ma non è eccessivamente ingombrante.

E' comunque un libro consigliatissimo,
buone letture, 
Simona Scravaglieri

Preferisco il rumore del mare
Giovanna Astori e Andrea Masotti
Amazon Eu Media, ed. 2014
Prezzo 0,99€



Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 15 luglio 2015

[Dal libro che sto leggendo] Divergent


I protagonisti della serie cinematografica
Shailene Woodley e Theodore Peter James Kinnaird Taptiklis
Fonte: Daily Entertainment News

La saga di cui parliamo oggi è diretta ad un pubblico giovane e segue di qualche anno una, altrettanto famosa e distopica, che si chiama "Hunger Games". Giusto per precisione Hunger Games è composta di tre libri pubblicati fra il 2008 e il 2010, scritta da Suzanne Collins, mentre Divergent è opera di Veronica Roth ed è stata scritta e pubblicata fra il 2012 e il 2014.


Le somiglianze non finiscono qui, ma non saprei esplicitarvele tutte perché devo ancora leggere la saga precedente. Una cosa però è certa ho cominciato a leggere questa saga dopo aver visto il film un paio di volte (santo Sky!) e la cosa che mi ha incuriosito è che la struttura di questo romanzo mi sembrava troppo intelligente per essere uno lavoro scritto completamente per i ragazzi. Ecco non son tutte rose e fiori, nel senso che, forse, lo sceneggiatore è stato più bravo dell'autrice, ma sicuramente trovo che ci siano spunti per parlarne.

E visto che, come al mio solito, non mi sono accontentata del solo libro primo ma sono andata oltre leggendo la trilogia e in questo momento ho in lettura un quarto volume aggiuntivo, dopo essermi lungamente domandata come raccontare questa storia ho deciso di commentare libro per libro e poi di fare un post unico per la saga nel suo insieme. Chiaramente essendoci forte probabilità di spoiler lo pubblicherò in giorni diversi da quelli di programmazione in modo da evitare a chi vuole leggerlo senza anticipazioni di poterlo fare in tutta tranquillità.

Il pezzo di oggi è comunque indicativo del fatto che romanzo e film si discostano non poco fra di loro, Beatrice, è una sedicenne che si appresta ad affrontare il giorno della scelta e si presenta ai suoi lettori, narrando la storia in prima persona. Domani ci saranno i test per capire come orientarsi nella scelta della fazione che sarà la sua famiglia per la vita. Il test, ma c'è un intoppo, la scelta, completamente inaspettata, la voglia di libertà e comincia la storia.

Dopo aver rotto le scatole a chiunque mi sia capitato a tiro, Santo Federico (il mio collega) e Santa Librangolo Acuto, nonché Fatina della lettura (il nome non ve lo dirò mai!) e tutti quelli che mi leggono normalmente nei social, penso di aver capito perché piace tanto ai giovani e, tutto sommato, tranne qualche sbavatura nel testo - tra traduzioni un po' troppo semplicistiche e correzioni di bozze ogni tanto un po' superficiali-, non mi sento di dar loro torto. Ma ne ripaleremo in recensione.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


Capitolo 
uno 

C'è solo uno specchio a casa mia, dietro un pannello scorrevole nel corridoio al piano di sopra. Secondo le regole della nostra fazione, mi è permesso starci davanti una volta ogni tre mesi, il secondo giorno del mese, quello in cui mia madre mi taglia i capelli. 

Mi siedo su uno sgabello e mamma, in piedi dietro di me, li accorcia con le forbici. Le ciocche cadono a terra formando un anello biondo cenere. 
Quando finisce, mi raccoglie i capelli dietro la testa e li avvolge formando un nodo. La osservo: appare calma e concentrata. È molto esperta nell’arte di dimenticarsi di sé. Non posso dire lo stesso di me. 
Mi guardo furtivamente nello specchio, di sfuggita, quando lei non mi vede. Non per vanità, ma per curiosità: l’aspetto di una persona può cambiare molto in tre mesi. Nel riflesso vedo un viso affilato, occhi grandi e rotondi e un lungo naso sottile. Sembro ancora una bambina, anche se in non so quale giorno delle ultime settimane ho compiuto sedici anni. Le altre fazioni celebrano i compleanni, noi no. Sarebbe autocompiacimento. 
«Ecco» esclama fermando lo chignon con una forcina. I suoi occhi incontrano i miei nello specchio: è troppo tardi per spostare lo sguardo, ma invece di rimproverarmi, lei sorride al nostro riflesso. Aggrotto la fronte. Perché non mi riprende? 
«Così oggi è il gran giorno» mormora. 
«Sì.» 
«Sei nervosa?» Mi guardo negli occhi per un momento. Oggi è il giorno del test attitudinale che mi rivelerà a quale delle cinque fazioni appartengo. E domani, alla Cerimonia della Scelta, deciderò per una fazione: deciderò per il resto della mia vita, deciderò se restare con la mia famiglia o abbandonarla. 
«No» rispondo «il test non deve necessariamente modificare la nostra scelta.» 
«Giusto.» Sorride. «Andiamo a fare colazione.» 
«Grazie per avermi tagliato i capelli.» 
Lei mi dà un bacio sulla guancia e fa scorrere il pannello sopra lo specchio. Penso che mia madre potrebbe essere bella, in un mondo diverso. Il suo corpo è esile sotto l’abito grigio. Ha gli zigomi alti e lunghe ciglia, e quando si scioglie i capelli, la sera, le cadono in ciocche ondulate sulle spalle. Ma tra gli Abneganti deve nascondere la sua bellezza. 
Entriamo insieme in cucina. È in mattine come queste – in cui mio fratello prepara la colazione, mio padre mi sfiora la testa con la mano mentre legge il giornale e mia madre canticchia sgomberando il tavolo – è in mattine come queste che mi sento più in colpa perché me ne voglio andare.


❄︎ ❄︎ ❄︎ ❄︎ 

L’autobus puzza di gas di scarico. Ogni volta che prende una buca nell’asfalto accidentato mi scaraventa di qua e di là, nonostante stia aggrappata al sedile per tenermi ferma. 
Mio fratello maggiore, Caleb, è nel corridoio e stringe il sostegno sopra la sua testa per non perdere l’equilibrio. Non ci assomigliamo per niente. Lui ha i capelli neri e il naso adunco di mio padre, e gli occhi verdi e le fossette sulle guance come mia madre. Quando era più piccolo, questa mescolanza di caratteri sembrava strana, ma ora gli dona. Se non fosse un Abnegante, sono sicura che le ragazze a scuola lo fisserebbero in continuazione. 
Da mia madre ha ereditato anche il talento per l’altruismo. Ha ceduto il suo posto sull’autobus a un tipo scorbutico dei Candidi senza pensarci due volte. 
L’uomo indossa un abito nero con cravatta bianca, l’uniforme tradizionale della sua fazione. I Candidi perseguono l’onestà e vedono la verità in bianco e nero, per questo si vestono così.
Man mano che ci avviciniamo al cuore della città gli spazi tra gli edifici si riducono e le strade si livellano. Il palazzo che una volta era chiamato Sears Tower – noi lo chiamiamo il Centro – emerge dalla nebbia, un pilastro nero contro l’orizzonte. L’autobus passa sotto i binari sopraelevati. Non sono mai stata su un treno, anche se non smettono mai di andare avanti e indietro e ci sono rotaie dappertutto. Solo gli Intrepidi li usano. 
Cinque anni fa, alcuni lavoratori edili Abneganti si offrirono volontari per ripavimentare le strade. Cominciarono dal centro della città, spostandosi verso le periferie finché non finirono i materiali. Le strade del mio quartiere sono ancora dissestate e rappezzate, e guidarci non è sicuro. A ogni modo, noi non abbiamo l’automobile. 
L’espressione di Caleb è serena mentre l’autobus dondola e sobbalza sulla strada. L’abito grigio gli cade dal braccio mentre stringe il palo per tenersi in piedi. Capisco dai continui movimenti dei suoi occhi che sta guardando le persone intorno a noi, nello sforzo di vedere solo loro e dimenticarsi di se stesso. I Candidi coltivano l’onestà; la nostra fazione, quella degli Abneganti, coltiva l’altruismo. L’autobus si ferma davanti alla scuola e io mi alzo. Supero di corsa l’uomo dei Candidi, ma inciampo nelle sue scarpe e devo aggrapparmi al braccio di Caleb. Ho i pantaloni troppo lunghi e non sono mai stata molto aggraziata.
La sede dei Livelli Superiori è la più vecchia delle tre scuole della città: Livelli Inferiori, Livelli Medi e Livelli Superiori. Come tutti gli altri edifici intorno, è fatta di vetro e acciaio. Di fronte c’è una grande scultura di metallo su cui si arrampicano gli Intrepidi dopo le lezioni, sfidandosi l’un l’altro a salire sempre più su. L’anno scorso una di loro è caduta e si è rotta una gamba. Sono stata io a correre a chiamare l’infermiera. 
«Test attitudinale, oggi» dico. Caleb è più grande di me solo di qualche mese, per cui frequentiamo lo stesso anno a scuola.
Lui annuisce mentre varchiamo le porte d’ingresso. Sento la tensione nei muscoli nel momento stesso in cui entriamo. C’è un che di famelico nell’aria, come se ogni sedicenne stesse cercando di fagocitare quanto più possibile di quest’ultimo giorno. Probabilmente non percorreremo mai più questi corridoi, dopo la Cerimonia della Scelta: dopo che avremo deciso, starà alle nostre nuove fazioni provvedere al completamento della nostra educazione. Oggi, la durata delle lezioni è dimezzata per permetterci di frequentarle tutte prima dei test attitudinali, che si svolgeranno dopo pranzo. Il mio battito cardiaco è già accelerato. 
«Non sei per niente preoccupato di quello che ti diranno?» chiedo a Caleb. 
Ci fermiamo alla biforcazione del corridoio dove lui andrà da una parte, verso matematica avanzata, e io dall’altra, verso storia delle fazioni. 
Lui mi guarda inarcando un sopracciglio. 
«Tu sì?» 
Potrei dirgli che sono settimane che mi arrovello su cosa mi dirà il test attitudinale: Abneganti, Candidi, Eruditi, Pacifici o Intrepidi? 
Invece sorrido e rispondo: «Non proprio». 
Lui sorride a sua volta. «Be’… buona giornata.» 
Cammino verso storia delle fazioni mordendomi il labbro. Non ha risposto alla mia domanda.
I corridoi sono angusti, anche se la luce che entra dalle finestre crea un’illusione di spazio. Sono gli unici luoghi in cui le fazioni si mischiano, alla nostra età. Oggi c’è un nuovo tipo di energia tra gli studenti, la frenesia dell’ultimo giorno. 
Una ragazza con lunghi capelli ricci mi urla: «Ehi!» quasi nell’orecchio, gesticolando verso un amico distante. La manica di un giubbino mi colpisce la guancia. Poi un ragazzo degli Eruditi con la maglia azzurra mi spintona. Perdo l’equilibrio e cado pesantemente a terra. «Levati dai piedi, Rigida» abbaia lui in tono sgarbato prima di proseguire lungo il corridoio. Arrossisco. Mi alzo e mi spazzolo i vestiti. Alcune persone si sono fermate quando sono caduta, ma nessuna si è offerta di aiutarmi. I loro sguardi mi seguono fino in fondo al corridoio. Sono mesi ormai che accadono cose del genere ai membri della mia fazione; gli Eruditi hanno pubblicato articoli velenosi contro gli Abneganti e questo ha cominciato a ripercuotersi sul modo in cui ci rapportiamo a scuola. I nostri abiti grigi, le pettinature semplici, l’umiltà negli atteggiamenti dovrebbero aiutarmi a dimenticarmi di me stessa, e aiutare anche tutti gli altri a dimenticarsi di me. Invece ora mi hanno trasformata in un bersaglio. 
Mi fermo accanto a una finestra del Settore E e aspetto che arrivino gli Intrepidi. Lo faccio tutte le mattine. Alle 07: 25 esatte gli Intrepidi mettono in mostra il loro coraggio saltando da un treno in corsa. 
Mio padre li chiama “teppisti”. Hanno piercing e tatuaggi e vestono di nero. Il loro compito principale è proteggere la recinzione che circonda la città. Da cosa, non lo so. 
Dovrebbero sconcertarmi. Dovrei domandarmi che cosa abbia a che fare il coraggio, la virtù che li contraddistingue, con un anello di metallo infilato nel naso. Invece i miei occhi ne sono calamitati, li seguono ovunque vadano. 
Il fischio del treno risuona squillante e mi riverbera nel petto. La luce anteriore della locomotiva lampeggia mentre i vagoni sfrecciano accanto alla scuola, stridendo sulle rotaie di ferro. Quando passano le ultime carrozze, una massa di ragazzi e ragazze vestiti di scuro si lancia giù; alcuni cadono e rotolano, altri barcollano per qualche passo prima di riacquistare l’equilibrio. Uno dei ragazzi passa il braccio intorno alle spalle di una ragazza, ridendo.
Guardarli è un’abitudine stupida. Mi allontano dalla finestra e mi faccio strada tra la calca verso l'aula di storia delle fazioni.

Questo pezzo è tratto da:

Divergent
Veronica Roth
De Agostini Editore, ed. 2014
Prezzo 9,90€ (copertina flessibile)

domenica 12 luglio 2015

L'ha detto... Albert Einstein


Fonte: Mamma Papera


La misura dell'intelligenza è data dalla capacità di cambiare quando è necessario. 
 Albert Einstein


venerdì 10 luglio 2015

"L'esatto contrario", Giulio Perrone - Quando titolo migliore non si poteva trovare...

Fonte: Huffington Post

La tendenza, di molti autori, di associare la tecnica del romanzo a generi che richiederebbero approcci diversi non è nuova ma, certo è, che quando romanzo, noir e giallo vengono ben miscelati l'esperimento che ne esce è, non solo interessante, ma anche decisamente appassionante.
In questo caso siamo di fronte ad un romanzo vero e proprio, dipinto con tinte fosche che ben si adattano alla situazione che Perrone crea e dalla quale parte la storia.

Riccardo è un giornalista squattrinato che, alla soglia dei quarant'anni, deve integrare i magri guadagni vivendo come uno studente universitario, ovvero affittando camere. È stato lasciato dalla sua ragazza storica invaghita di un altro, è romanista e, in fondo, la sua vita che per la maggior parte del tempo si svolge in un quartiere romano abbastanza conosciuto - San Lorenzo - gli sta più che bene. Ma il vedere il servizio televisivo sulla scarcerazione di un suo ex professore, accusato di aver ucciso una sua compagna di università, lo riporta nella condizione di rivivere un periodo buio della sua vita. Giulia, la ragazza uccisa, era "quella" con la quale tutto sarebbe potuto accadere e non c'era stato tempo. In più la vicenda non lo convince fino in fondo; ha voglia di parlare con qualcuno e l'occasione di un confronto si conclude con un ricatto. O l'articolo sulla famiglia della ragazza, reticente verso la stampa, oppure niente più collaborazioni. E a Riccardo non tocca far altro  che rispolverare i vecchi contatti e intesserne dei nuovi. Ma a questo punto cominciano a morire tutti gli interessati alla vicenda e sono tutte morti molto sospette.

Presentato  così sembra proprio un giallo, magari anche un po' thriller. In effetti, è proprio costruito, indizio per indizio, come un giallo ma rimane evidente la sua natura romanzesca proprio perché spicca nella storia che il "mistero" non è l'interesse principale dell'autore; tale interesse, che va dalla caratterizzazione dei personaggi, fino alla gestione della ricostruzione del passato dei protagonisti per svelarne di volta in volta indizi e possibili letture dei comportamenti e delle scelte, fa sì che il ritmo della storia sia sempre incalzante e mai noioso. In più qui la difficoltà maggiore è che il nostro giornalista non è il soggetto indagatore, ma la situazione stessa lo porta a svelare di volta in volta informazioni che gli arrivano in forma indiretta e che, a volte, sembrano contraddittorie. Giulia quando è stata uccisa era una ragazza giovane ai primi anni di università ed era anche un'ottima allieva, ma frequentava persone fra loro diversissime e aveva anche dei lati oscuri. Messe tutte insieme in una frase, l'immagine restituita di Giulia è completa; ma cosa succede se tutte le informazioni di Giulia ci arrivano in tempi diversi e si presentano con una sequenza differente? Anche nella frase stessa l'impatto cambierebbe: Giulia aveva dei lati oscuri e frequentava persone fra loro diversissime, quando è morta era giovanissima e un'ottima allieva. La prima immagine che avete della ragazza non è, in questo caso, completamente positiva.


Ecco, in questo lavoro, Perrone gioca proprio con questa tecnica accentuandola con l'utilizzo di una tempistica diversa per ogni indizio. Alcune informazioni vengono da resoconti del passato, in altri casi da ricordi o percezioni del presente, altri ritornano al presente da un "presente passato" attraverso riflessioni della stessa protagonista defunta. Quindi indizi singoli, voci diverse, tempi diversi e in ultimo rapporti diversi dovuti al fatto che i protagonisti della vicenda sono legati alla defunta da legami diversi, la famiglia, l'amico, l'amore, il presunto assassino e via dicendo. Da semplice che era ora vi sembra un gran caos? Assolutamente! In questo gioco di incastri perfetti l'indizio è il punto d'incontro fra l'informazione, chi la fornisce, il tempo in cui è concepita o è stata vissuta. Quindi a Riccardo non rimane che accantonare volta per volta le informazioni, in maniera via via più professionale e non coinvolta, per riuscire a svolgere la matassa. In più, strano ma vero, quel che vi sto raccontando è sintetizzato nel titolo "L'esatto contrario" è veramente il "mood" di questo lavoro che si regge proprio sui contrasti, quindi è decisamente giusto dire che, titolo migliore e più rappresentativo, non si poteva certo trovare!
A tutto questo aggiungo che la storia e il suo svolgimento è decisamente verosimile - non vi arriveranno UFO! - e quindi regge dall'inizio alla fine a testimonianza dell'attenzione al particolare che fa funzionare tutto l'ingranaggio.

So perfettamente che vi state dicendo "Si è persa la componente noir!", c'è ma in punti che non vi posso raccontare! :P

Per essere alla sua prima prova come autore, almeno credo che sia così, io trovo che Giulio Perrone, in questo genere, si riesca a muovere veramente bene. È stato una vera scoperta che consiglio anche a voi. 
Buone letture,
Simona Scravaglieri


L'esatto contrario
Giulio Perrone
Rizzoli Editore, Ed. 2015
Prezzo 18,50€



Fonte: LettureSconclusionate

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