venerdì 15 settembre 2017

"Le notti blu", Chiara Marchelli - La disgregazione...

Rene Magritte
Fonte: renemagritte.org



Se si cerca un libro che abbia un forte impatto emotivo, che sia veloce da leggere e che risulti scorrevole, non melenso e con grandi temi, "Le notti blu", tutto sommato è il libro che corrisponde a questi requisiti. Sicuramente è una formula decisamente nuova fra le mie letture, è inutile i libri sapranno sempre stupirti con soluzioni nuove, ma il fatto di essere scorrevole nasconde un piccolo difetto: che è un libro che va letto tutto di seguito. La storia infatti è quasi scritta di getto ed buona parte della sua consistenza è data dalle emozioni e dal ritmo in costante crescendo. Quindi, interrompendola, si spezza quel mondo fondato sulla crisi di coppia spezzando l'incantesimo e quando riprendi in mano il libro è difficile rientrare nel mood. D'altra parte è scritta in maniera così scorrevole che si può leggere agilmente in un pomeriggio e l'impatto emotivo è così ben dosato che questo difetto, a libro finito, non pare così grande.

È una storia come tante della disgregazione di un coppia di coniugi che è sopravvissuta al figlio unico che, al momento dell'inizio della vicenda raccontata, è da qualche anno che si è suicidato. Si erano trasferiti prima che lui nascesse nella Grande Mela in cerca di fortuna. Poi il figlio, il lavoro, la scelta delle scuole giuste e la speranza di un futuro perfetto per il proprio pargolo. Speranze che si interrompono quando, in una vacanza in Italia lui si innamora e decide di non proseguire con il dottorato. Poi il matrimonio, anni che sembravano felici e, invece, un bel giorno a natale l'inspiegabile gesto di un ragazzo che sembrava vivere una storia perfetta ugualmente anche senza le facilitazioni americane. Dopo anni è arrivata la notizia di una lettera ritrovata dalla vedova che si ritrova a chiamare i suoceri al di là dell'oceano per chiedere delucidazioni. C'è una novità che lei non sapeva e che fa rimanere basiti pure i genitori di lui. Che fare?

Non è un libro perfetto, c'è qualcosa che stona. Marito e moglie sono decisamente anomali nei loro ruoli, specialmente pensando che stiamo parlando di un figlio unico maschio. Per cui ci ritroveremo un padre con quello che sembra "un forte istinto materno" e con una moglie che invece ne ha molto meno. Può essere verosimile, su questo siamo d'accordo, ma solo se presi singolarmente, nel momento in cui si confrontano, sebbene l'autrice abbia cercato di dare un senso al comportamento di lei e di lui, c'è sempre una nota stonata che li fa sembrare attori di ruoli invertiti. Ma la parte più interessante è poter osservare le fasi di disgregazione che sono già in atto in una coppia che si nutre di sospetti sull'inspiegabile morte di un figli che alla chiamata della nuora che li mette a parte di qualcosa che dimostra quanto poco ne sapessero del figlio. È un'ennesima morte lenta e logorante, ma cessa di essere un sentimento di coppia, almeno ad uno sguardo esterno rivelandosi in tutta la atrocità e distruzione. È in questo momento che, l'inversione dei ruoli segna un netto confine fra chi cerca ancora di capire e chi ha paura di capire.

Conoscere la verità è un'arma a doppio taglio e diventa ancora più paurosa se questa verità viene a galla dimostrandoti che, quel poco di cui eri certo non è più vero. Non conosci tuo figlio e quello che ha fatto, non sai quello che ha pensato o forse dell'oppressione che lo attanagliava e, il peggiore dei pensieri, lui non si è sentito libero di confidarsi con te. È un dubbio che scava a fondo, attaccando e contaminando ogni parte del tuo corpo e rendendo vano qualsiasi tentativo di rialzarsi, di cercare aiuto. È quel dubbio che ti impedisce di parlare perché ti senti colpevole, perché il confrontarsi potrebbe portare alla luce la distrazione che ti ha tolto un figlio per sempre e, al contempo, non riesci a comunicare con chi vivi, per orgoglio e per non sapere o non scaricare la colpa sull'altro. In questo momento la coppia vive un secondo lutto, dopo quello del suicidio del figlio, è un lutto che non porta ad un divorzio o una separazione effettiva ma metaforica. Ma il dubbio non porta solo la certezza di non aver saputo ma anche una speranza; e quella speranza non concede spazio all'ultima testimonianza di un passaggio in vita del loro figlio. Appartiene ad un altro mondo. Così da un lato c'è chi cerca la speranza e dall'altro chi invece preferisce coltivare l'ultima certezza.

Questa storia, nasce, cresce e si sviluppa così, su una trama che contrappone armonia e disarmonia creando la condizione perfetta per sentire tutte le emozioni del gruppo che deve affrontare una prova inaspettata ed è per questo che l'interruzione della lettura prolungata anche di 24 ore non rende l'idea dell'architettura emozionale non annullandola, ma stroncandola proprio. Il pregio sta tutto nell'aver preso una storia come tante e, al di là del passaggio delle vicende, aver affrontato questa via crucis che, tappa dopo tappa, porta in luce la fragilità delle emozioni del singolo e della coppia. Credo sia proprio per questa miriade di sentimenti contrastanti che questo libro mi sia piaciuto e lo consiglio a chi ama il rischio di libri simili che camminano sul filo del rasoio, fra arte e artificiosità. È un lavoro molto bello per le implicazioni che si porta dietro.

Buone letture,
Simona Scravaglieri    

Le notti blu
Chiara Marchelli
Giulio Perrone Editore, ed. 2017
Collana "Hinc"
Prezzo 15,00€

Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 13 settembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] La vita immortale di Henrietta Lacks

Fonte: New York Times

Oggi, fatalità, un pezzo del "Dal libro" è un compendio della recensione "La decisione impossibile..." e ha anche un seguito nell'articolo del New York Times linkato sotto la foto (A Family Consents to a Medical Gift, 62 Years Later) che non avevo trovato nel primo giro di informazioni che cerco di individuare nella rete prima di scrivere di specifiche, come questa, biografie. Per capire che immenso regalo sia stato concesso dalla famiglia, potete solo leggere questo libro che, per nostra immensa fortuna, è scritto in una maniera così appassionata e scorrevole che è decisamente impossibile non sentirsene coinvolti. La vita di Henrietta, come potrete leggere oggi, non è immortale solo perché le sue cellule sono sopravvissute più di sessanta anni ma, anche se morissero oggi, avrebbero dato speranza e futuro a tutti noi. Henrietta è l'inizio degli studi sulle colture di cellule umane, è l'inizio di come imparare a coltivarle e a riconoscerle, è il genoma e la riproduzione vista in migliaia di testi scolatici. Questa è HeLa, ma solo in parte.

HeLa era una donna, nata agli inzi del novecento in una America che si dichiarava al mondo come la nazione in cui era stata abolita la schiavitù, ma dove sopravviveva la segregazione, dove l'ignoranza era a maggioranza nella comunità nera. Era cresciuta nei campi di tabacco, viveva in una cittadina di provincia che oramai non esiste più con una linea di demarcazione netta fra i Lacks bianchi e quelli neri e dove le due comunità continuavano ad autolimentarsi con i matrimoni fra consanguinei. Così successe anche ad Henrietta che si sposò con suo cugino, ebbe cinque figli che lasciò, a trent'anni appena compiuti, quando morì a causa di un tumore alla cervice mal curato. Entrava dalla porta dei neri quando andava a fare le visite al John Hopkin Hospital, faceva la fila nella sala d'attesa dei neri e un numero spropositato di neri, che a Baltimora ebbero la fortuna di essere aiutati da questa straordinaria donna che riusciva ad amare tutti, fecero la fila per donare il sangue che le era necessario.

Non serve capire di biologia per  avvicinarsi a questo lavoro per due motivi: il principale è che questa non è la storia di una ricerca biologica ma di una ricerca storica su chi fosse davvero Henrietta e la sua famiglia e la seconda è che Rebecca Skloot è una divulgatrice scientifica e riesce a rendere le parti che richiedono il coinvolgimento della scienza comprensibili ai lettori proprio come fece con Debora, la penultima figlie di Henrietta che nemmeno aveva raggiunto il diploma, che voleva capire che cosa significasse la frase che diceva che "le cellule della madre erano ancora in vita e che vivevano in ogni stato del mondo".

Questo libro è concepito quasi fosse un dono per Debora e per tutta la comunità nera, mette a fattor comune che cosa significa prendere ogni volta che ci serve una pillola. 
Il pezzo che vi ho trascritto oggi rappresenta da dove parte l'idea di questa biografia e non è nemmeno il quadro completo. Il resto lo dovrete scoprire da soli.
Sono certa che ve ne innamorerete anche voi.
Buone letture,
Simona Scravaglieri



Prologo   
LA DONNA DELLA FOTOGRAFIA 

Ho appesa alla parete una vecchia foto, tenuta insieme dal nastro adesivo. Raffigura una donna che non ho mai conosciuto. Guarda dritto nell'obiettivo e sorride, le mani sui fianchi fasciati dal vestito della festa, stirato a puntino. Le labbra sono dipinte di rosso vivo. È la fine degli anni Quaranta, e la donna non ha nemmeno trent'anni. La pelle è liscia e ambrata, gli occhi allegri e ancora pieni di gioventù. Non sa che dentro di lei sta crescendo il cancro, un tumore che di lì a poco renderà orfani cinque bambini e cambierà la storia della medicina. Una scritta sotto la foto la identifica come «Henrietta Lacks, o Helen Lane, o Helen Larson».
Nessuno sa chi abbia scattato la foto, eppure circola in centinaia di copie, stampata su riviste scientifiche e testi universitari, riprodotta in rete, appesa alle pareti dei laboratori. In genere la si identifica come Helen Lane; speso però la donna non ha un nume, ma solo una sigla: HeLa, il codice attribuito alle prime cellule immortali. Sono le sue cellule, prelevate dalla cervice uterina poco prima che morisse.
Il suo vero nome è Henrietta Lacks.
Per anni l'ho fissata in quella foto, chiedendomi che cosa facesse nella vita, dove fossero i suoi figli e cosa avrebbe pensato delle sue cellule immortali, che da anni circolano per i laboratori di mezzo mondo, impacchettate, vendute e comprate a miliardi. Ho provato a mettermi nei suoi panno: che cosa avrei provato sapendo che una parte di me è stata spedita nello spazio per scoprire gli effetti dell'assenza di gravità sui tessuti umani? o che le mie cellule sono servite a compiere scoperte mediche tra le più importanti della storia, come il vaccino contro la polio, la chemioterapia, la clonazione, la mappatura genetica, la fecondazione in vitro? Sono quasi certa che lei, come quasi tutti noi, sarebbe stata sconvolta nell'apprendere che ci sono milioni di miliardi di sue cellule nei laboratori del mondo, molte più di quante ne contenesse il suo corpo da viva, e ancora continuano a crescere.
Non c'è modo di sapere con precisione quanto siano le cellule di Henrietta oggi. Un ricercatore ha stimato il loro peso complessivo in più di cinquanta milioni di tonnellate; e visto che una cellula non pesa quasi niente, il numero risultante è davvero inconcepibile. Secondo i calcoli di un altro studioso, mettendo in fila tutte le HeLa mai esistite si avrebbe un nastro di centosettemila chilometri, quasi tre volte la circonferenza terrestre. Il tutto nato da una donna che nel fiore degli anni era poco più alta di un metro e mezzo.
Ho sentito parlare per la prima volta di HeLa e di Henrietta nel 1988, trentasette anni dopo la sua morte. Avevo sedici anni e seguivo una lezione di biologia in un corso di recupero. Il professor Donald Defler, un ometto con pochi capelli simile a uno gnomo, andava su e giù per l'aula mostrando diapositive con un proiettore. A un certo punto comparvero sulla parete che fungeva da schermo due illustrazioni che avrebbero dovuto rappresentare la riproduzione cellulare, ma che a me sembravano solo un caotico e colorato miscuglio di frecce, quadrati, circoletti e parole senza senso, come «attivazione della proteinchinasi MPF».
Ero stata bocciata al primo anno delle superiori per via delle troppe assenze. Mi avevano trasferito in una scuola molto alternativa dove al posto delle scienze si studiavano i sogni, così dovevo frequentare il corso di recupero di Defler per sperare di passare gli esami delle scuole superiori. Ecco perché a sedici anni me ne stavo in quell'aula ad anfiteatro ad ascoltare uno che mi parlava di mitosi e proteinchinasi. Non ci capivo nulla.
«Dobbiamo imparare a memoria tutti i nomi in queste figure?» gridò un ragazzo.
Defler rispose di sì, che li avrebbe chiesti all'esame, ma di non preoccuparsi dei dettagli per il momento. L'importante era capire che le cellule erano davvero qualcosa di speciale. Ce ne sono circa centomila miliardi nel nostro corpo, e sono tanto piccole che potrebbero stare a migliaia dentro il punto che chiude questa frase. Sono costituenti dei tessuti (muscoli, ossa, sangue, ecc,), che a loro volta formano tutti i nostri organi.
Al microscopio una cellula sembra un uovo al tegamino. Il bianco è rappresentato dal citoplasma, fatto di acqua e proteine che servono da carburante, mentre il tuorlo è il nucleo, dove sono contenute le informazioni genetiche che ci rendono quello che siamo. Il citoplasma brulica di attività come le strade di New York: tantissime molecole corrono qua e là atrasporate enzimi e zuccheri, mentre e altre si occupano di fare entrare e uscire dalla cellula, a seconda del bisogno, acqua, ossigeno, e nutrimenti vari. Nel citoplasma ci sono anche le fabbriche che lavorano senza sosta per produrre zuccheri, grassi, proteine e energia, necessari per far andare avanti la baracca e soprattutto a nutrire il nucleo, che è il centro di comando. In ogni nucleo si trova una copia precisa del nostro genoma, il codice che dice alle cellule quanto devono crescere, quanto devono dividersi e in generale come devono fare il loro lavoro, che si tratti di regolare il battito cardiaco o mettere il cervello in condizione di capire quanto sta scritto in questa pagina.
Sempre passeggiando su e giù, Defler ci spiegò la mitosi, il processo di divisione cellulare grazie al quale gli embrioni diventano bambini, le ferite guariscono il sangue perso viene rimpiazzato. Il tutto, disse, era affascinante come un balletto dalla coreografia perfetta. 
Ma basta un errorino in un qualsiasi passo del processo  di divisione, continuò Dfler, ed ecco che le cellule iniziano a crescere in modo incontrollato. È sufficiente che un solo enzima non faccia il suo dovere, che una proteina non si attivi, per dare inizio a un processo canceroso. La mitosi impazzisce e il tumore si diffonde.
«Abbiamo scoperto come stanno le cose studiando le colture cellulari» disse Defler. Fece un mezzo sorriso e si voltò verso la lavagna, dove scrisse a caratteri cubitali HENRIETTA LACKS.
Henrietta, ci raccontò, era scomparsa nel 1951 a causa di un tumore molto aggressivo, alla cervice uterina. Poco prima che morisse, un medico prelevò dei campioni del suo tessuto canceroso e li mise a coltura in una capsula  di Petri. Erano anni che gli scienziati cercavano di far sopravvivere le cellule umane fuori dal corpo, ma senza successo. Quelle di Henrietta, però, iniziarono subito a riprodursi e da allora non hanno mai smesso di crescere. Sono le prime cellule umane immorali coltivate in laboratorio.
«Le cellule di questa donna hanno vissuto fuori del suo corpo più a lungo di quanto abbiano vissuto dentro di lei» disse Defler. Bastava entrare in un qualunque laboratorio dove fossero presenti colture cellulari e aprire i refrigeratori per imbattersi in con grande probabilità in milioni, se non miliardi, di cellule della Lacks conservate in qualche provetta ghiacciata. 
Queste colture hanno avuto un ruolo in mille ricerche: la scoperta delle cause del cancro e dei possibili modi per fermarlo; la sintesi  di farmaci contro l'herpes, la leucemia, l'influenza, l'emofilia e il morbo di Parkinson; studi vari sulla digestione del lattosio, sulle malattie a trasmissione sessuale, sull'appendicite, sulla longevità, sull'accoppiamento delle zanzare e sugli affetti deleterei delle scorie tossiche. Cromosomi e proteine di Hela sono stati analizzati con tale precisione che oggi se ne conosce ogni dettaglio. Questa cellule sono diventate come le cavie e i topolini: carne da cannone nei laboratori di tutto il mondo.
«HeLA è stata una delle scoperte più importanti in campo medico negli ultimi cent'anni» sostenne Defler. Poi aggiunse con tono neutro, quasi pensando ad alta voce «Era nera, questa donna». Cancellò il suo nome con un gesto veloce e si pulì le mani dal gesso. La lezione era finita.
Mentre i miei compagni uscivano dall'aula rimasi un attimo a pensare a lei. Tutto qui? Fine della storia?
Raggiunsi Defler nel suo studio.
«Di dov'era la Lacks?» gli chiesi. «Aveva dei figli? Sapeva quanto fossero importanti le sue cellule?».
«Vorrei poterti dare una risposta, ma nessuno ne sa nulla» rispose.

Questo pezzo è tratto da:

La vita immortale di Henrietta Lacks
Rebecca Skloot
Adelphi, ed. 2010
Traduzione a cura di Luigi Civallieri
Collana "La collana dei casi"
Prezzo 27,00€

venerdì 8 settembre 2017

"Il libro dei Baltimore", Joël Diker - Danni collaterali della neve...



Fonte: Barlettalive


No, non ci siamo nemmeno questa volta. Secondo libro dickeriamo scritto e seconda impressione pessima di uno scrittore che sembra avere un grande talento nell'ammazzare le idee geniali che gli vengono in mente trasponendole su carta in maniera decisamente discutibile. Rimane confermata l'idea che anche stavolta, come ne "Il caso Henry Quebert", a Ginevra abbia nevicato un sacco e, non sapendo come occupare il tempo in casa e non potendo uscire, il nostro autore abbia deciso di allungare il brodo trasportando una possibile, e di certo di moda, "saga familiare" nell'ennesimo "polpettone sconclusionato". Per coloro che se lo chiedono, il collegamento fra "Il libro dei Baltimore" e il precedente libro è solo il protagonista. La differenza fra i due è sostanzialmente nulla, lì c'era un caso e qui una "grande tragedia", e risiede solo nel fatto che lì qualcuno ha ucciso e qui invece c'è "la grande tragedia". «Simò abbiamo capito che c'è "la grande tragedia", perché lo continui a ripetere?». Ma semplice! Perché se nel primo libro si ripeteva tutta la storia della "ragazza che fuggiva verso il bosco di notte inseguita da un omaccione, fatto denunciato da una anziana trovata morta" qui succede la stessa cosa con "la grande tragedia".

Parliamo quindi di una saga familiare, quindi, della famiglia di Goldaman. Si chiama "Il libro dei Baltimore" solo perché il nonno del nostro scrittore protagonista ha due figli, uno vive a Montclair vicino New York e l'altro vive a Baltimora. Entrambi si sono fatti strada nella vita e hanno una moglie e un figlio. I due ragazzi sono praticamente coetanei e le due famiglie hanno però una vita decisamente diversa. Saul, lo zio di Baltimora, ha successo come avvocato, vive con tutti gli agi di una classe privilegiata cosa che non succede al ramo di Montclair. La storia inizia quando lo scrittore comincia a rivangare il passato partendo dalla sua infanzia. Inutile dire che già dalle prime pagine si intuisce dove vada a parare, senza che io ve lo scriva, solo pensando a due famiglie dello stesso ramo che vivono realtà completamente distinte e che si incontrano per le feste comandate ogni anno.

E infatti una storia che già nasce un un cliché grosso come una casa, deve minimizzare questo difetto con altri interventi, avrà pensato Dicker, e ce l'ha messa proprio tutta, non ha tagliato nulla, proprio per rendere la storia piena zeppa di eventi, per la maggior parte inutili. Quindi improvvisamente il cliché trasforma la trama grazie al numero elevatissimo di eventi in una storia da soap opera americana. Devi parlare di una cosa occorsa 5 anni prima e che fai? Non racconti la storia di tutti i protagonisti minuto per minuto? Magari anche quella dei vicini e dei vicini dei vicini? Ecco quello che c'è. Storie su storie, tanto che, a pagina 300 è come se tu ancora non avessi iniziato a leggere. La tempistica così confusa, fra presente narrativo e passato, trapassato, passato prossimo è così disarticolata e confusa che ad un certo punto ti rendi conto che, a tre quarti de romanzo, il presente narrativo non è così presente, ma è anch'esso passato, non si sa da quanto, ma lo è. E allora torni indietro nel pensiero di aver perso qualche informazione importante che è inutile cercare perché non c'è.

Non ci sono anche tante altre cose:
✓ Non c'è suspence. Troppe chiacchiere e una gestione sbagliata delle situazioni, che concentra tutti gli eventi chiave in un unico punto del libro, fanno sì che quando arriva questa maledetta e fantomatica "Grande tragedia" quasi non te ne accorgeresti, perché è stata preceduta da altre tragedie e non si capisce perché le altre debbano essere da meno.
✓ Non è capace a creare mistero o a lasciare gli indizi. Se non lo sai fare, è inutile impuntarsi ancora. Per Dicker l'indizio è facoltativo oppure semplicemente non ti dice nulla per poi farti la sorpresa. Quest'ultimo metodo usato da lui continuamente e in maniera decisamente superficiale da quello strano effetto "nonsapevichemetterci" che non è proprio il massimo del successo per uno scrittore.
✓ L'effetto, che io chiamo, "L'amore bugiardo". Nonostante pure la Flynn sia stata più che contestata con questo libro che molti hanno amato come molti altri hanno odiato, un merito glielo devo riconoscere: ha saputo gestire la visione di lei con quella di lui e quindi la costruzione e la successiva distinzione fra bugia e verità è sostanzialmente ben definita. Qui è impossibile gestirla così; ci ha provato ad un certo punto ha tentato di separare le due verità, quella del percepito e quella della realtà dei fatti, ma la perizia della Flynn, di evidenziare fatti e situazioni ben definite, qui è impossibile semplicemente perché ci sono troppi fatti. L'effetto che ne viene fuori è quarantenne grande, grosso e mammalucco.

Ce ne sarebbero mille altri, ma oggi, mentre tornavo a casa pensando a questa recensione che avrei dovuto terminare, mi sono resa conto che è uno scrittore talmente prevedibile nelle sue leggerezze che non è nemmeno interessante o divertente da stroncare. E' un lavoro decisamente mediocre che in cuor mio sapevo che non mi avrebbe regalato nulla più rispetto al precedente (ed è la prima volta quella di avere queste negative certezze su uno scrittore anche se ne ho date di seconde e terze possibilità ad altri!). Non c'è smalto, personalità, non ci sono personaggi che spiccano per questioni particolari, è una storia che si perderà nella notte dei tempi con tutte quelle dimenticabili. Anche in questo caso se, l'editore che avrebbe dovuto editare il libro in origine, avesse fatto un serio taglio di tutte le inutilità invece di 587 pagine di nulla cosmico si sarebbero potute rivelare magari un buon lavoro di 250 pagine ben scritte, ma, manco a dirlo, non è questo il caso. L'unico talento, oltre quello di saper ammazzare le proprie idee, è quello di scrivere in maniera scorrevole e semplice. Quindi non troverete grandi e profonde conversazioni e la storia scorrerà velocemente. Ma non c'è veramente altro da aggiungere, anzi ho speso già troppe parole in merito!

Speriamo che almeno che quest'anno non nevichi ancora a Ginevra, così avrà meno tempo per scrivere. Per fortuna l'editore italiano ha decisamente altri titoli di peso in catalogo su cui convogliare la mia curiosità di leggere!
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Il libro dei Baltimore
Joël Diker
La nave di Teseo, ed (Mondolibri) 2017
Traduzione a cura di Vincenzo Vega
Prezzo (edizione La Nave di Teseo) 22,00€





mercoledì 6 settembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Mash



Fonte: Playbuzz


Questo è ancora uno dei libri migliori letti quest'anno, ha dovuto condividere lo scettro con Henrietta Lacks e Rosemary's baby, e lo è sia per come è scritto ma soprattutto per le atmosfere che ricrea. Dietro l'ironia, le scene comiche c'è quella giusta amarezza che porta la riflessione su un mondo che manda i giovani verso un orrore difficilmente raccontabile. Hooker ci riesce non portando il suo lettore in prima linea, sarebbe troppo facile. Il fronte non lo vedremo mai, perché non è la guerra o il nemico il punto. Qui da un lato c'è una frotta di giovani che vengono per scelta o per dovere, in cerca di una soluzione per poter mantenere le famiglie o trovare un'occupazione o per un ideale che vengono mandati verso un qualcosa che nessuno dovrebbe mai vedere e che inciderà su tutta e per tutta la loro vita.

Una scrittura scorrevole e leggera accompagna i momenti più ridanciani ma riesce a rendere anche i momenti di tensione. Attraverso i discorsi stranulati e di campo si dicono grandi verità valide tutt'ora come quella che fra un morto con una bella sutura e un sopravvissuto con una pessima ricucitura meglio scegliere il secondo caso. È anche un ritratto estremamente tangibile della società americana di allora contesa fra una burocrazia a volte "aristocratica" con questi personaggi dai nomi altisonanti ai vertici dei campi Mash e che ricrea ovunque si trovi quel senso di comunità tipica che ancora oggi traspare dai film americani.

In fondo, come di consueto, i riferimenti del libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri




Quando Radar O'Reilly, uscito fresco fresco dal liceo, smammò da Ottumwa, nell'Iowa, e si arruolò nell'esercito degli Stati Uniti, lo fece con l'esplicito scopo di fare carriera nel Reggimento Radiotelegrafisti. Radar O'Reilly era alto solo un metro e sessanta, ma era dotato di un lungo collo sottile e orecchie a sveltola che formavano un perfetto angolo retto con il cranio. Non solo: con l giuste condizioni atmosferiche, nonché metaboliche, raggiunta la concentrazione più assoluta ed evocati certi speciali poteri extrasensoriali, era in grado di captare messaggi e origliare conversazioni molto al di là della normale portata dell'udito umano.
Visto il vantaggio di cui godeva, a Radar O'Reilly sembrava di essere fatto apposta per entrare nel ramo comunicazioni delle forze armate, e così, conseguito il diploma, rifiutò un buon numero di offerte di lavoro parecchio allettanti, alcune perfino legali, e decise di servire la patria. A dirla tutta, già prima di arruolarsi, gli capitava di addormentarsi la sera con un'intera successione di gradi e galloni a scorrergli davanti agli occhi finché non si vedeva, con quattro stelle sulle spalline, a presiedere riunioni d'alti papaveri al Pentagono, partecipare a cene di gala alla Casa Bianca e incedere con passo imperioso verso il tavolo migliore nei locali più esclusivi di New York.
Verso la metà di novembre dell'anno di grazia 1951, Radar O'Reilly, caporale dei corpi medici dell'esercito degli Stati Uniti, si trovava seduto nella Clinica Odontoiatrico-Pokeristica del Carezzevole Cavadenti di stanza al 4077° ospedale chirurgico da campo dell'esercito, MASH, a cavallo del 38° parallelo in Corea del Sud, apparentemente intento a completare una scala di colore. Avendo scoperto che una simile fortuita occorrenza aveva una possibilità su 72.192 di verificarsi, quello che stava facendo in realtà era captare una conversazione telefonica. La conversazione, Grazie a un allacciamento di fortuna, si stava svolgendo tra il generale di brigata Hamilton Hartington Hammond, di stanza all'ospedale principale di Seul, una settantina di chilometri più a sud, e il tenente colonnello Henry Barymore Blacke, di stanza nell'ufficio del comandante del 4077° MASH, una cinquantina di metri più a est di Radar O'Reilly.
«Senti, senti», disse Radar O'Reilly, con la testa che girava lentamente a destra e a sinistra nel caratteristico movimento grazie al quale cercava di sintonizarsi.
«Senti cosa?», domandò il capitano Walter Koskiusko Waldowski, l'ufficiale dentista noto anche con il «Carezzevole Cavadenti».
«Henry sta cercando di farsi mandare due nuovi segaossa», disse Radar O'Reilly
«Mi servono altri due uomini!», stava sbraitando il colonnello Blake nella cornetta, e Radar lo sentiva forte e chiaro.
«Ma tu cosa credi di dirigere lassù?», gridò di risposta il generale Hammond, e Radar riusciva ad intercettare pure quello. «L'ospedale militare di Washington?»
«Sturati bene le orecchie...», stava dicendo il colonnello Blake
«Datti una calmata, Henry», stava dicendo il generale Hammond.
«Non me la do una calmata!», gridò il colonnello Blake. «Se non mi mandi altri due...»
«E va bene, va bene!», gridò il generale Hammond. «Ti mando i miei due uomini migliori».
«Spero siano in gamba davvero», Radar sentì dore al colonnello Blake, «altrimenti...»
«Ho detto che ti mando i miei due uomini migliori», Radar sentì dire al generale Hammond.
«Bene!», Radar sentì dire al colonnello Blake. «E di corsa anche».
«Ehi», dise Radar, con le orecchie  incandescenti per lo sforzo, «Henry  è appena riuscito a farsi mandare due nuovi segaossa».
«Avvertili di non scialacquare tutto prima di arrivare» Disse il capitano Waldowski. «Carta?»
E fu così che il personale del 4077° MASH venne a sapere che di lì a poco sarebbe aumentato di numero e forse persino di efficienza. E fu così che in una mattinata grigia e fredda, dieci giorni dopo, al 325° ospedale d'evacuazione di Yong-Dong-Po, sull'altra sponda del fiume Han rispetto a Seul, i capitano Augustus Bedford Forrest e Benjamin Franklin Pierce, sbucati dai lati opposti degli alloggi per gli ufficiali in transito, trascinarono armi e bagagli fino ad una jeep parcheggiata lì apposta per loro.
Il capitano Pierce aveva ventotto anni, era un po' più alto di un metro e ottanta, con le spalle leggermente spioventi. Portava gli occhiali, e i capelli castani avevano bisogno di una spuntata. Il capitano Forrest era più grande di un anno, un po' meno alto, di un metro ottanta e di corporatura massiccia. Aveva i capelli rossi tagliati a spazzola, gli occhi azzurri e un naso che non aveva mai ritrovato la forma originaria dopo aver sbattuto contro qualcosa di più solido.

Questo pezzo è tratto da:

Mash
Richard Hooker
SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana "BIGSUR"
Prezzo 16,50€ 

venerdì 1 settembre 2017

"La morte della farfalla", Piero Citati - Effetto farfalla...

Fonte: Indulgy

Mi sono interrogata più di una volta sul perché una biografia su due personaggi dagli eccessi nel bene e nel male dovesse intitolarsi "La morte della farfalla". I Fitzgerald nell'immaginario comune erano estremamente eccessivi, pesanti, opulenti, soli, conosciuti, invidiati. Erano tanto di tutto, con loro non c'erano mezze misure. Non era previsto che il mondo li vedesse tristi o corrucciati, tutta la loro vita doveva essere, agli occhi del mondo, scintillante. Quindi perché paragonare queste vite a quelle di una farfalla, essere per sua natura, il più semplice e bell'insetto che la natura, per quanto mi riguarda, abbia creato? E non cominciate a cercare esseri migliori delle farfalle e rimanete concentrati. Ci sono due motivi per quanto mi riguarda: il più semplice è che guardare ad una farfalla dai mille colori l'aggettivo che viene in mente di getto è "magnifico" e l'altro riguarda il detto sul battito delle ali della farfalla, lo avete mai sentito? "nella metafora della farfalla si immagina che un semplice movimento di molecole d'aria generato dal battito d'ali dell'insetto possa causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano" (Wikipedia). Si chiama "Effetto farfalla", ne parlò Turing, Bradbury e anche Lorenz.

Ecco cosa ci potrà dire di nuovo Citati sulla vita dei Fitzgerald che non sia stato già detto, commentato, oggetto di chiacchiere e pettegolezzi che sino ad oggi perpetrano il mito di una coppia leggendaria e potente? Nulla se non invitarci a guardala da un punto di vista diverso, come l'effetto farfalla, ce la presenta non nella sua classica esplicitazione Francis nacque qui, studiò lì e via dicendo. Nelle mille mila prove di recensione fatte io lo raccontavo come il parlare di una vita per punti di svolta, ma in effetti non è propriamente corretto. L'effetto farfalla può sconvolgere il mondo provocando un uragano e, allo stesso modo, la vita dei Fitzgerald è stata costellata da effetti simili. Come quando lui la incontra e se ne innamora, come il primo capolavoro che decretò il suo successo, la vita in Francia, la nascita di una figlia e la perdita di stabilità emotiva di Zelda. Il balletto, l'ossessione che rivela la malattia, la separazione, il dolore e la lontananza mai troppa ma nemmeno poca, la solitudine che deriva dal non voler rivelare al mondo quello che accadeva. Le pagine scritte, la voglia di non perdere la posizione in vista guadagnata, il rientro in America, l'ospedale, la nuova compagna che rimarrà sempre una che non è Zelda.  

La vita dei Fitzgerald è un po' come quella dei Kennedy della letteratura, toppo in vista per poter nascondere tutto, troppo in vista per lasciar trapelare tutto. In mezzo una figlia che cresce nella disgregazione familiare e personale di entrambi i genitori. C'è la paura di perdere tutto, anche il talento nello scrivere e al contempo il bisogno di aver tutto come il talento per la danza. Non c'è nulla di luccicante nella biografia scritta da Citati. È più come un discorso fatto al tavolino di un caffè con un amico che ti racconta le ultime su una coppia di amici che non vedi da un po'. Non ti serve sapere da dove vengono o dove hanno studiato. Quello che interessa è sapere quello che hanno fatto per sommi capi e cosa ha portato alla loro scomparsa prematura. L'amico non ti racconterà di quello che ha scritto lui o lei, ti racconterà di dove sono stati, dei loro rapporti, di quello che segretamente lei ha confidato di desiderare e di quello che lui ha scoperto e gestito fino quasi alla rovina economica. Non ci impiegherà giorni per far questo, ma la conversazione si svolgerà in un paio d'ore, per chi legge velocemente e qualcuna in più per chi se lo centellina. La cosa certa è che è talmente piacevole il suo stile di scrittura da filare e non essere pesante nemmeno in punti cruciali dove di solito, i biografi classici, si soffermano all'infinito. Ricordo Pedullà che per farmi capire che "Caporetto ci regalò il Gadda scrittore" in "Carlo Emilio Gadda. Storia di un figlio buonoannulla" riscrisse la parola Caporetto fino allo sfinimento. Quel capitolo era la Caporetto di ogni lettore che non avesse abbastanza cocciutaggine dall'andare avanti.

La prosa di Citati, invece, si sofferma ma non eccede in pedanteria (sì, oggi è giornata in cui do il meglio di me sia con le teorie che con le parole... è colpa del libro sicuramente!), la sintesi, che lo rende un piccolo cameo, non rinuncia a fornire un quadro completo di queste due vite fortunate e al contempo dannate ma trova la giusta formula per poterle racchiudere in un racconto completo e armonico che sembra scritto in un battito di ali. Poi i Fitzgerald ci hanno lasciato, sopravvivendo a se stessi grazie al mito costruito grazie all'opera di Francis Scott ma soprattutto a quello che il gossip aveva creato attorno ai due chiacchieratissimi personaggi. Ci hanno lasciato fisicamente come tutte quelle farfalle che hanno ritmato la loro vita ponendoli sempre davanti a nuovi ostacoli da superare. Ma per farli rivivere basta riaprire il libro e iniziare nuovamente dalla prima pagina, certi che la magia si ripeta.

Veramente un lavoro eccezionale, difficilissimo da raccontare e facilissimo da leggere.
Se volete sbirciare fra le prime pagine vi rimando al [Dal libro che sto leggendo].
Buone letture,
Simona Scravaglieri


La morte della farfalla
Zelda e Francis Scott Fitzgerald
Piero Citati
Adelphi, ed. 2016
Collana "Gli Adelphi"
Prezzo 10,00€  


Fonte: LettureSconclusionate



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