venerdì 30 settembre 2016

Le letture della Centuriona: I custodi di Slade House

Ehhh lo so! Doveva uscire di lunedì, ma è già una fortuna che la Centuriona sia riuscita a uscire viva dal sabato pottiano che non è stato facile per molti librai d'Italia! Esce comunque l'ultimo giorno di settembre, quindi non si può dire che non abbia mantenuto la sua promessa e vi ricordo che la Libreria Marassi Libri, qualora voleste passare a trovare la Centuriona stessa, ha recentemente cambiato indirizzo che è scritto in fondo al post!
Ringraziando Natascia per la sua disponibilità vi lascio al suo consiglio mensile!
Buone letture,
Simona

Fonte: Frassinelli


IL LIBRO DI SETTEMBRE


Titolo: I custodi di Slade House (titolo orig: Slade House, 2015)
Autore: David Mitchell
Casa editrice: Frassinelli, settembre 2016
Traduttore: Katia Bagnoli


Mi sono innamorata di Mitchell quando ho letto 'Cloud Atlas' (anche se, a dire la verità, è uno dei pochi casi in cui il film batte, a mio avviso, il libro, anche se di poco), così quando ho recuperato un po' dei suoi libri ho deciso di approfondire questo autore con 'Le ore invisibili'. Un libro che ha molti inizi, che ha molti protagonisti (anche se poi la vera protagonista è una), che apre molte parentesi e che mi ha richiesto una quantità non poi così inusuale di tempo, ma di sicuro tanto. Il libro è spessino, siamo quasi a quota 600 pagine, e ha una quantità di concetti fantasiosi, parole create, personaggi peculiari che ritornano, ma in vesti diverse, e protagonisti, anche se solo temporanei, diversi tali da rendere necessaria una certa dose di concentrazione.
Ma perché vi sto parlando del libro 'Le ore invisibili' (titolo originale: the bone clocks) se il libro del mese è 'I custodi di Slade House'?
Semplicemente perché, se non avete letto il primo non potete assolutamente godervi a pieno il secondo.
Ci ho pensato parecchio! Ho letto su Goodreads qualche commento di lettori più esperti di me che a Mitchell piace mettere riferimenti ai propri libri precedenti, che però si possono leggere tutti tranquillamente senza per forza aver letto gli altri. Pur non avendo letto altre opere (oltre, come detto, Cloud Atlas), mi sento di dover dire che difficilmente il libro del mese avrebbe potuto oltrepassare il giudizio mediocre che chiunque gli darebbe, a meno che il lettore non avesse letto, appunto, 'Le ore invisibili' (possibilmente non da troppo tempo, altrimenti, comunque, almeno nel mio caso, non sarei stata in grado di afferrarne l'importanza).
Perché? Questo è difficile da dire senza svelare eccessivamente la trama e, soprattutto, il colpo di scena finale.
Allora facciamo un passo indietro: posso immaginare, ma ho anche letto alcune recensioni che lo confermano, che, non avendo letto 'le ore invisibili', 'I custodi di Slade House' dia l'impressione di essere un libro sui fantasmi piuttosto banale, o meglio, per coloro che ne hanno già letto diversi (come la sottoscritta) la storia potrebbe avere un qualcosa di già sentito e già visto. Tutta un'altra impressione si ha, invece, avendo letto 'Le ore invisibili'.
Perché, questo ve lo posso dire, uno dei personaggi importanti del libro precedente torna in quest'ultimo. Ed è una chicca piacevolissima, che da un gusto completamente diverso al libro, secondo me.
Che altro dire?
In realtà solo questo: leggete 'le ore invisibili' e poi leggete 'I custodi di Slade House', non ve ne pentirete!


PS: lo so, la continua ripetizione dei titoli dei due libri è fastidiosa, ma non essendo collegati in nessun modo, a parte per quel particolare lì, non sapevo in che altro modo proporli, anche perché, anche a livello temporale, sebbene 'le ore invisibili' sia uscito prima, prende un arco di tempo che parte da un periodo precedente, ma arriva a un futuro molto lontano sia da 'i custodi' che da noi.


Natascia Mameli
Marassi Libri
NB: dall'11 luglio 2016 nuovo indirizzo:
CORSO DE STEFANIS 55 R
16139
GENOVA
tel 010815182

mercoledì 28 settembre 2016

[Dal libro che sto leggendo] America

Fonte: LettureSconclusionate


Avete presente il Dickens di "Grandi speranze" o "Oliver Twist"? Ecco, cancellate per un attimo quell'uomo e tornate a quello de "Il circolo Pickwick", la cui ironia non rimane latente e nemmeno scompare dietro la denuncia sociale. Il nostro scrittore, in questo libro di viaggio, è veramente diverso: ironico, acuto, sarcastico, attento al particolare e al raffronto dei due mondi: il vecchio e il nuovo. Quando Dickens partì dall'Inghilterra era davvero animato dalle più grandi e lodevoli intenzioni di far conoscere l'America al netto del pensiero prevenuto dell'epoca.

Poi però in America, nonostante ci fosse una grande presenza di fan del nostro eroe, c'è il pensiero, da parte di alcuni, che egli non sia andato lì a visitare usi e costumi del nuovo mondo ma a rivendicare i diritti sui suoi libri stampati "in nero", che volesse far soldi e prendesse appunti per pubblicare l'ennesimo testo contro gli americani - cosa che non è mai stata nelle intenzioni dello scrittore -. Quindi, se da Boston a New York Dickens si sente a casa e benvoluto, New York gli riserva qualche delusione grazie alla lobby degli editori e dei giornalisti che si oppone all'esimio ospite pubblicando articoli che lo mettono in ridicolo o con dichiarazioni false.

C'è un'interessante, e quantomai accurata, introduzione di Michael Slater, che vi consiglio di leggere (nell'edizione che vi segnalo io, c'è!), ma la rivelazione di questo libro è che stupisce la facilità e il divertimento che si trae da una lettura così interessante firmata dalla penna dickensiana. Da un lato è visibile la voglia di fare la differenza nella letteratura di genere e dall'altra le stoccate a questi "fannulloni", come li chiama nell'introduzione originale del libro, non vengono risparmiate. E' stata una vera sorpresa di cui riparleremo in recensione!

Buone letture,
Simona Scravaglieri





Capitolo primo


Partenza

Non dimenticherò mai l'espressione di stupore. per quanto seria e per tre quarti divertita, che aveva il mio viso quando, la mattina del 3 gennaio 1842, aprii la porta e mi affacciai nella « cabina di lusso » del piroscafo postale Britannia, registrato a 1.200 tonnellate di stazza ed in partenza per Halifax e Boston.
Che quella fosse la cabina assegna al « Signor Charles Dickens e signora » anche la mia mente turbata lo comprendeva grazie a un biglietto proclamante il fatto, appuntato su un sottile coltrone, destinato a ricoprire un sottilissimo materasso disteso in un luogo all'apparenza irraggiungibile. La mia mente non poteva rendersi conto, almeno per il momento, che proprio quella fosse la cabina di lusso intorno alla quale il « Signor Charles Dickens e signora » avevano discusso giorno e notte per quattro mesi; Che proprio quella fosse la piccola, raccolta cameretta, con almeno un piccolo divano, che il forte spirito profetico di Charles Dickens aveva prevista e che la Signora, con senso delle proporzioni splendidamente misurato, aveva predetto provvista soltanto di due grandi armadi piazzati in qualche angolo remoto (armadi che avrebbero potuto passare dalla porta con la facilità con la quale la giraffa entra in un vaso di fiori). Impossibile connettere la stravagante ed impraticabile speie di scatola che avevamo davanti con l'immagine delicata e graziosa, per non dire splendida, magione dipinta da mano maestra negli annunci pubblicitari della compagnia di navigazione, appesi negli uffici dell'agenzia londinese. Impossibile non pensare che quella cabina di lusso fosse soltanto un piacevole scherzo del comandante della nave, inventato apposta per far apprezzare di più la vera cabina di lusso dove fra poco ci avrebbero fatti entrare. Così, mi lasciai cadere su una specie di seggiolotto di crine e mi rivolsi, con uno sguardo privo d'espressione, verso alcuni amici che ci avevano accompagnati a bordo, e facevano mille smorfie cercando di infilarsi attraverso la piccola porticina della nostra cabina di lusso.
 Veramente, se non fossimo state persone d'inguaribile ottimismo, già quello che avevamo intravisto scendendo sottocoperta avrebbe dovuto prepararci al peggio. Il fantasioso artista che ho già ricordato aveva dipinto in quel suo capolavoro il salone immenso, arredato  con un lusso - come direbbe la signora Robbins - più che orientale, e pieno (ma non zeppo) di signore e signori dall'aspetto vivace e soddisfatto. Ora, per raggiungere la nostra cabina eravamo entrati dal ponte in un lungo e stretto stanzone, vagamente simile a un grande carro funebre con finestrine nei fianchi. In cima c'era una melanconica stufa con tre o quattro freddolosi camerieri intorno, e sui lati, per tutta quell'allucinante lunghezza si stendevano due lunghissime tavole su ognuna delle quali una mensola, appesa al basso sffitto e pina di bicchieri e d'ampolle, incuteva lugubri previsioni di mari tempestosi. Lì per lì io non mi accorsi di nulla, ma osservai che un mio amico, quello che si era occupato di sistemarci per il viaggio, entrando impallidì, dette indietro d'un passo e, battendosi la mano sulla fronte, mormorò « Impossibile! » o qualcosa di simile. Ma con gran forza d'animo si riprese e, dopo un colpetto di tosse, con un sorriso spettrale che mai dimenticherò e gli occhi vaganti per le pareti, gridò: « Cameriere, queso è il tinello, vero? ». Prevedendo la risposta, tutti capimmo la sua agonia, tanto spesso ci aveva parlato del salone.  Infatti, era rimasto così persuaso da quel quadro da ripeterci ad ogni occasione che per farsi un'idea di quel salone bisognava prendere un'ordinaria sala da da pranzo e moltiplicarla almeno per sette. E quando il cameriere rispose dicendo la verità, la spietata, nuda verità: « Signore, questo è il salone » lo vedemmo piegare sotto il duro colpo.
quando alcuni amici, abituati a vedersi quasi ogni giorno, stanno per dividersi e sta per calare fra loro il sipario di miglia e miglia di mari immensi e tempestosi, non si può certo permettere che un momentaneo disinganno getti un'ombra sulle poche ore liete che ancora rimangono. Così ogni sorpresa si muta naturalmente in sonore risate, come quelle alle quali mi abbandonai restando seduto sul seggiolotto di crine. Non eran passati nemmeno due minuti, che ci eravamo già tutti persuasi  che quella cabina era il più lieto e piacevole soggiorno possibile, e che solo un centimetro in più di larghezza avrebbe rovinato tutto. Si scoprì che lasciando la porta appena aperta e strisciando dentro come serpenti ci si stava perfino in quattro, utilizzando anche la doccia. Si notò come era ariosa; come ci fosse un bel portello da tener spalancato tutto il giorno (tempo permettendolo); come l'oblò collocato proprio sopra lo specchio, avrebbe reso gradevole l'operazione di radersi (purché la nave non ballasse troppo) e si concluse che forse la cabina era piuttosto larga. Io resto comunque del parere che, anche levando le due cuccette sovrapposte (di più stretto, per dormire, cè solo la bara), essa non era più grande di quelle carrozzelle con la porta posteriore famose per scaraventare nella strada, come sacchi di carbone, i loro passeggeri.

Questo pezzo è tratto da:

America
Charles Dickens
Feltrinelli editore, ed. 1996
Traduzione Maria Buitoni, Gianfranco Corsini, Gianni Miniati
Collana "Universale Economica Feltrinelli"
Prezzo 9,00€

martedì 27 settembre 2016

#regalamiunracconto Il vincitore!

Fonte (immagine di fondo): Amici di Sciascia


Per chi se lo fosse perso o non se lo ricordasse, a Giugno avevo indetto un piccolo concorso cui ho dato il nome #regalamiunracconto in cui chiedevo di inviarmi entro il 1° luglio - prima e poi posticipato l'11 dello stesso mese - un racconto, o un testo, che avesse per protagonista o parlasse di un "killer vegano". Da dove veniva questa balzana idea?  Semplicemente dal fatto che avevo fatto un sogno - da allora in molti mi hanno consigliato di cambiar dieta! - che mi aveva divertito un sacco ma di cui, purtroppo, ricordavo solo che ci fosse un killer vegano. Per questo avevo lasciato ampio margine, a parte il limite del killer vegano appunto, e avevo detto che tutti avrebbero potuto sbizzarrirsi come volevano avrei accettato tutto. Per chi fosse curioso di ritrovare il post eccolo qui: #regalamiunracconto e puoi vincere un libro e altre amenità .

Devo ammettere che tra le fila di chi ci ha provato c'è gente che mi ha mandato più di un accidente ma, alla fine, a chiusura del termine della challenge sono arrivati tre racconti che in ordine di arrivo sono di Vincenzo Zonno (autore de "Non è un vento amico" che, dovreste leggere perché davvero vale!), l'amico di Murakami (che non vuole essere nominato per nome e cognome!) e Irene Daino di "Librangolo Acuto". Tutti e tre i racconti si sono attenuti alle direttive: parlano di un killer vegano e, soprattutto, sono racconti fatti e finiti. Tutti i racconti compariranno nel mese di ottobre (credo il martedì a questo punto!) perchè li possiate leggere anche voi. 
Il vincitore potrà scegliere fra questi titoli il libro che vuole ricevere:

"Il tempo dell'attesa. La saga dei Cazalet 2", Elisabeth Howard - Fazi Editore*
"La strage dei congiuntivi", Massimo Roscia - Exòrma Edizioni
"Sottrazione", Carlo Sperduti - Gorilla Sapiens
"L'incubo di Hill House", Shirley Jackson - Adelphi
"Il superlativo di amare", Sergio Garufi - Ponte alle Grazie
"A proposito di Grace", Anthony Doerr - Rizzoli Editore
"Mailand", Nicola Pezzoli - Neo edizioni


Chiaramente li ho riletti 7 o 8 volte, a me sono piaciuti tutti, e non riuscivo a decidermi quindi ho composto una piccola giuria di qualità: mia madre e la "fatina della lettura" che ogni tanto nomino anche qui. Quindi, rullo di tamburi... ehi! Tu! Essù con questi tamburi!
Dopo lunga e sofferta dissertazione, destrutturazione e ricostruzione dell'assetto delle storie etc etc etc... vince... spettate che me lo sono perso.... No, scherzo!
Vince:
  l'amico di Murakami

A parte il fatto di conoscere tutti e tre i partecipanti, mi preme dire che:
Vincenzo ha ricevuto un sacco di complimenti ed è stato definito "colui che ci sa fare con le parole", il che è evidente. Il suo talento è indiscusso.
La storia di Irene ha fatto morire dalle risate, chiunque ci sia entrato in contatto, e sono un po', in cerca di confronti le ho fatte leggere agli amici meno avvezzi alla lettura per avere pareri differenti. E' bello, fresco e farò sicuramente prima o poi un altro concorso per ricevere un suo altro racconto!
L'amico di Murakami è stato una vera rivelazione: aveva mandato un racconto e una favola e quest'ultima è stata subito silurata. Mentre nel suo racconto, veloce e preciso come un cecchino ha centrato il punto in maniera del tutto inaspettata (non perché dubitassi che lo sapesse fare, ma non sapevo avesse questo gran talento!).
Se avessi potuto, lo dico sinceramente, avrei regalato un libro a tutti e tre solo per la gioia di aver ricevuto questi bellissimi doni ma purtroppo il budget disponibile non è sforabile - o i gatti non mangeranno per una settimana! - e quindi, lo ammetto dopo una lunga e sofferta discussione, anche tecnica, abbiamo trovato quello che ci sembra essere il giusto vincitore.

Da ottobre, quindi, verranno pubblicati i racconti in ordine di arrivo per il concorso.
Buona giornata e buone letture,
complimenti a tutti e tre i partecipanti,
Simona Scavaglieri


mercoledì 21 settembre 2016

Ricorrenze e [Dal libro che sto leggendo] Un altro da uccidere


Fonte: Atvingpa


Ohhh e siamo di nuovo qua! Quest'anno pare pieno di ricorrenze e pensavo di fare un post a parte e invece poi mi son detta che possiamo inserirlo tranquillamente nei post standard di questo spazio. Quest'oggi festeggiamo i 1.000 post, non sono certa, quando ho dato il nome a questo spazio e mi sono impegnata per dargli una mission chiara ed univoca, di aver solo pensato un attimo di arrivare a vedere il contatore che segnava i mille post. Sono tanti e ieri, tanto per capacitarmi ho messo una sull'altra due risme di carta - diciamo che non ho tenuto conto che ogni tanto le mie recensioni occupano tre pagine! - giusto per vedere che effetto fa. 
"E che effetto fa?", sono certa che ve lo starete domandando. Ecco, fa l'effetto di due risme di carta una sull'altra, è stata solo un'idea sciocca; le risme sono di pagine intonse, non stampate e ne scritte. Ogni post qui pubblicato invece è stato scritto e pensato per un pubblico di amici, che si conoscono o no non è importante; ogni post nasce con l'imperativo: "Lo faresti comprare a Massimo, Federica o a tua madre o anche a Daniela che sta a Trento o a Irene che sta a Barcellona?". Se così non fosse non lo farei comprare nemmeno a voi, questo è l'obiettivo che mi sono posta sei anni fa e non è affatto cambiato sei anni dopo. Quindi credo che vi toccheranno altri post, magari altri mille. 

Buone letture e grazie a chiunque abbia letto anche una parte di questi mille post!
Simona Scravaglieri

                                                                     ******

E ora passiamo alla sbirciata di oggi!
Oggi parliamo del libro di Federico Axat di cui vi ho parlato venerdì e per il quale ho rotto le scatole ha tutto il mondo conosciuto e sconosciuto del web perché, secondo me, è davvero un bel libro, ben scritto e ben strutturato, perché alterna un ritmo veloce per le situazioni di tensione a quello più rilassato per quelle invece di rivelazione del significato degli indizi. Si lascia leggere con facilità e starete col dubbio fino all'ultima pagina, che cosa chiedere di più ad un libro che nasce per questo scopo?

In più ha uno degli incipit più accattivanti che io abbia trovato negli ultimi anni in un libro, se la batte quasi con Hug Howey (La trilogia del Silo: Wool, Shift e Dust) e, chi mi conosce, sa perfettamente che toccatemi-tutto-ma-non-la-trlogia-del-silo! Questo è uno di quei casi in cui sono talmente entusiasta del libro che difficilmente si può scrivere di più di "Leggetelo!", mi toccherà dare uno sguardo più attento a Longanesi che, per questo genere, non avevo proprio considerato - lo so, sono una brutta persona sommersa di libri da leggere e con poco tempo per farlo, ma che continua imperterrita a cercare di leggerli tutti! -.

Vi lascio sbirciare il primo capitolo, che poi è quello che mi ha convinto a comprarlo, e vi assicuro che difficilmente resisterete. Quando l'ho letto ho pensato al giallo perfetto de "I dieci piccoli indiani". E' perfetto perché è talmente ben incastrato che l'autrice, zia Agatha, è costretta ad aggiungere un capitolo per far capire chi è l'assassino, altrimenti sarebbe difficile uscirne fuori anche se qualche indizio - dopo duecento letture salta all'occhio - c'è. Anche in questo caso, la posizione in cui si mette l'autore permetterebbe di svolgere una storia assurda - e vi sembrerà così fino ad un certo punto - che, per cominciare ad assumere un significato ha bisogno di un intervento, in questo caso è un altro personaggio e non l'autore, ma la spiegazione, come nel caso della Christie, non annulla quello che avete già letto ma lo riempie di significati diversi. Datemi retta e provate, sono certa di non essere smentita in tal senso!

Buone letture,
Simona Scaravglieri



1 

Ted McKay stava per spararsi un colpo alla tempia quando il campanello di casa prese a suonare con insistenza. 
Aspettò. Non poteva premere il grilletto, se c’era qualcuno fuori. 
Vattene, chiunque tu sia
Di nuovo il campanello, poi un uomo gridò: 
«Apra la porta, so che può sentirmi!» 
La voce raggiunse lo studio con sconvolgente chiarezza, al punto che per un brevissimo istante Ted dubitò che fosse reale. 
Si guardò intorno, come se cercasse nel vuoto che lo circondava una prova dell’autenticità di quel grido. Con lui c’erano solo i suoi libri di finanza, una riproduzione di Monet, la scrivania e la lettera in cui spiegava tutto a Holly. 
«Mi apra, per favore!» 
Ted teneva ancora la Browning a pochi centimetri dalla testa; cominciava a pesargli. Il suo piano non poteva funzionare, se quel tizio sentiva lo sparo e chiamava la polizia. Holly e le bambine erano a Disney World e lui non avrebbe permesso che ricevessero una simile notizia così lontano da casa. Era fuori discussione. 
Al campanello si unì una serie di colpi. 
«Forza! Non me ne andrò se prima non mi avrà aperto!» 
La pistola iniziò a tremare. Ted se l’appoggiò sulla coscia destra. Si passò le dita della mano sinistra tra i capelli e maledisse di nuovo lo sconosciuto. Era un venditore? In quel quartiere residenziale non erano ben visti, tanto più se si presentavano in modo così sfacciato. Per qualche secondo non ci furono più né grida né colpi, e Ted tornò a puntarsi l’arma alla tempia, con estrema lentezza. 
Cominciava a pensare che forse l’uomo si era stancato e se n’era andato, quando una raffica di colpi e di grida lo smentì. Ma lui non avrebbe aperto, per nessun motivo... Avrebbe aspettato. Quell’impertinente si sarebbe rassegnato, prima o poi, no? 
A un certo punto qualcosa attirò la sua attenzione: un foglio piegato a metà, identico a quello che aveva lasciato a Holly sul ripiano della scrivania, a parte il fatto che non c’era scritto il nome di sua moglie. Era stato così stupido da dimenticarsi di buttare una delle brutte copie? Dietro la porta le grida non erano cessate, ma lui si consolò pensando che, se non altro, quell’inaspettata interruzione avrebbe portato qualcosa di buono. Aprì il foglio e lesse l’appunto. 
Quello che vide lo lasciò impietrito. Era la sua calligrafia. Però non ricordava di aver scritto nessuna delle due frasi. 

APRI LA PORTA 
È LA TUA ULTIMA VIA D’USCITA 

Le aveva scritte in un frangente che adesso non ricordava? Un gioco con Cindy o Nadine, forse? Non riusciva a trovare una spiegazione a quel biglietto... non in quella situazione assurda, con uno squilibrato che stava per buttare giù la porta. Eppure doveva esserci, ovviamente. 
Illuditi quanto vuoi. 
La Browning gli pesava una tonnellata nella mano destra. 
«Ted! Apra una buona volta!» 
Trasalì, all’erta. L’aveva chiamato per nome? Ted non aveva grandi rapporti con i vicini, ma almeno credeva di riconoscerne le voci, nessuna delle quali somigliava a quella dell’uomo alla porta. Si alzò e posò la pistola sulla scrivania. Sapeva di non avere altra scelta che andare a vedere chi era. A pensarci bene, non era poi la fine del mondo. Chiunque fosse quello sfacciato, se ne sarebbe liberato in fretta per tornare nello studio a togliersi la vita, una volta per tutte; lo progettava da settimane e non si sarebbe tirato indietro all’ultimo per colpa di un maleducato. 
Sulla scrivania c’era un barattolo che conteneva penne, clip, gomme da cancellare mezze consumate e svariate cianfrusaglie. Ted lo rovesciò con un movimento rapido e vide la chiave che ci aveva infilato meno di due minuti prima. La prese e la osservò con l’incredulità di chi s’imbatte in qualcosa che pensava di non rivedere mai più in vita sua. In effetti in quel momento avrebbe dovuto trovarsi riverso sulla poltrona, con i resti di polvere da sparo sulla mano, a fluttuare verso la luce. 
Se hai deciso di toglierti la vita, anche se non hai più dubbi in merito, gli ultimi minuti mettono comunque alla prova la tua volontà. Ted aveva appena imparato la lezione e non sopportava l’idea di doverci passare di nuovo. Raggiunse la porta dello studio con fastidio, inserì la chiave e aprì. Scorgendo il biglietto attaccato dall’altra parte, un po’ più in alto della sua faccia, fu assalito da un altro moto di rabbia. Era un avviso per Holly. «Tesoro, ho lasciato una copia della chiave sul frigorifero. Non entrare con le bambine. Ti amo.» Suonava un po’ crudele, ma Ted aveva pensato a tutti i dettagli. Non voleva che fosse una delle sue figlie a trovarlo, riverso dietro la scrivania con un buco in testa. D’altronde, morire nel suo studio era la cosa più sensata. Aveva preso seriamente in considerazione la possibilità di gettarsi nel fiume chissà dove o sotto un treno, ma sapeva che l’incertezza sarebbe stata peggiore, per loro. In particolare per Holly. Lei aveva bisogno di vederlo con i propri occhi, di esserne sicura. Aveva bisogno... dell’impatto. Era giovane e bella, poteva rifarsi una vita. Ne sarebbe venuta fuori. 
Di nuovo una scarica di colpi. 
«Arrivo!» gridò Ted. 
I colpi cessarono. 
Apri la porta. È la tua ultima via d’uscita
Riusciva a scorgere la sagoma dell’intruso al di là della finestrella accanto alla porta. Attraversò il salotto a passi lenti, quasi con aria di sfida. Osservava ogni cosa come aveva fatto qualche minuto prima con la chiave dello studio. Vide l’enorme televisore, il tavolo per quindici commensali, i vasi di porcellana. A suo modo, aveva detto addio a ognuno di quegli oggetti. E invece, eccolo di nuovo lì, il vecchio e caro Teddy, che si aggirava in salotto come un fantasma. 
Si fermò. Forse quella era la sua luce
Per un attimo sentì l’assurdo bisogno di tornare nello studio e controllare se dietro la scrivania ci fosse il suo corpo esanime. Allungò il braccio e sfiorò con le dita lo schienale del divano. Percepì la fredda superficie di pelle, troppo reale per essere frutto dell’immaginazione. Ma come esserne sicuro? 
Aprì la porta e, vedendo il giovane sulla soglia, capì perché riuscisse a guadagnarsi da vivere come venditore nonostante i suoi modi. Aveva circa venticinque anni, indossava impeccabili pantaloni bianchi con una cintura in pelle di serpente e una polo a strisce orizzontali multicolori. Sembrava un giocatore di golf, più che un venditore, anche se nella mano destra impugnava una valigetta di cuoio piuttosto malridotta, che stonava con la sua tenuta. Aveva i capelli biondi che gli arrivavano fino alle spalle, occhi celesti e un sorriso lascivo che non aveva niente da invidiare a Joe Black. Ted immaginò Holly, o qualunque altra donna del vicinato, che comprava cianfrusaglie da quell’uomo. 
«Di qualunque cosa si tratti, non sono interessato», disse Ted. 
Il sorriso si allargò. «Oh, ma non sono venuto a venderle niente.» Lo disse come se fosse la cosa più ridicola del mondo. 
Ted lanciò un’occhiata oltre le spalle dello sconosciuto. Non c’era nessuna macchina parcheggiata lungo il marciapiede, né in Sullivan Boulevard. Il caldo non era eccessivo, quel pomeriggio, ma una camminata sotto il sole per un tragitto così lungo avrebbe dovuto lasciare qualche traccia su quel ragazzo dalla bellezza sfacciata. E poi, perché parcheggiare così distante? 
«Non si spaventi», proseguì l’altro, quasi gli avesse letto nel pensiero. «Il mio socio mi ha lasciato davanti alla porta, per non far insospettire insospettire i vicini.» 
Il riferimento a un complice lasciò Ted impassibile. Morire per una rapina sarebbe stato perfino più decoroso che spararsi un colpo in testa. «Ho da fare. La prego di andarsene.» 
Ted fece per chiudere la porta, ma l’uomo allungò un braccio e glielo impedì. Non fu un gesto necessariamente ostile; nei suoi occhi c’era un accenno di supplica. «Mi chiamo Justin Lynch, signor McKay. Se mi...» 
«Come fa a sapere il mio nome?» 
«Se mi permette di entrare e di parlarle per dieci minuti, glielo spiego.» 
Ci fu un attimo di esitazione. Ted non l’avrebbe fatto entrare, su questo non c’erano dubbi, ma doveva ammettere che la sua presenza gli suscitava una certa curiosità. Alla fine, la ragione prevalse. «Mi dispiace. Non è un buon momento.» 
«Si sbaglia, è...» Ted chiuse la porta. Le ultime parole di Lynch arrivarono attutite dal legno, benché chiarissime. «... il momento perfetto.» Ted era fermo, in ascolto, come se sapesse che ci sarebbe stato qualcos’altro. E così fu. Lynch alzò la voce per farsi sentire. «So che cosa sta per fare con la nove millimetri che ha lasciato nello studio. Le prometto che non cercherò di farle cambiare idea.» 
Ted riaprì la porta.

Questo pezzo è tratto da:

Un altro da uccidere
Federico Axat
Longanesi Editore, Ed 2016
Traduzione di Elena Rolla
Collana "La gaja scienza"
Prezzo 16,90€

venerdì 16 settembre 2016

"Un altro da uccidere", Federico Axat - "Il Thriller" e non uno qualunque...


Fonte: La legge per tutti


Immaginate quel momento in cui avete voglia di qualcosa di diverso e che in quello specifico momento compaia davanti ai vostri occhi quel qualcosa che ha tutte le caratteristiche del caso come il fatto di essere inconsueto, accattivante e anche decisamente invitante. Ecco, questo è quello che è successo a me proprio venerdì scorso, quando ho trovato l'estratto, sulla rivista del "Il libraio" di un libro appena uscito per Longanesi: "Un altro da uccidere". Libro che peraltro ha, a mio avviso, anche una copertina decisamente accattivante che ho scoperto scaricando l'ebook. La parte più complicata è dargli una categoria; se ad uno sguardo superficiale potrebbe sembrare, per costruzione, un thriller ha una componente, sicuramente non poco secondaria, noir che rende il tutto decisamente elegante e che sottolinea il nonsense che fa da attacco e sorregge tutta la storia.

Il protagonista è Ted, ma all'inizio di lui sapremo poche cose: lo troviamo chiuso in uno studio, circondato dai suoi libri e i suoi quadri. Dietro uno di questi si nasconde una cassaforte. La porta dello studio è chiusa, fuori la casa è silenziosa e sulla stessa porta, Ted si è premurato di lasciare un messaggio alla moglie in cui le chiede di non entrare nello studio con le figlie. Dopo aver ripassato mentalmente tutte le cose fatte con minuzia per giungere a quel momento Ted alza una mano che tiene saldamente una pistola e si prepara a suicidarsi. In quei pochi attimi che separano la vita presente dalla morte sicura, qualcuno comincia furiosamente a bussare alla porta; lo sconosciuto lo chiama per nome, gli urla di smettere di fare quello che sta per fare, perché lui lo sa che ha una rivoltella in mano. Ted spera che se ne vada, anche perché - come sottolinea anche Axat, l'autore del libro - gli ci è voluto così tanto coraggio per preparasi ad alzare quella mano che non sa quanto gli ci vorrà a ritrovarlo. Ted guarda in basso, sulla scrivania, sperando che lo sconosciuto, che non capisce come faccia a sapere il gesto che si sta preparando a compiere, e gli cade l'occhio su qualcosa che sembra fuori posto e che prima non aveva notato ovvero un post-it che riporta scritto "Apri la porta. Potrebbe essere la tua ultima via d'uscita."
Al di là della stranezza che le due frasi sembrano sottintendere, c'è qualcosa di ancora più misterioso: la calligrafia è la sua e lui non si ricorda di aver mai scritto quel biglietto. Intanto fuori, lo sconosciuto non demorde, continuando a bussare. Ted aprirà quella porta?
Questo lo dovete scoprire da soli! Ma sinceramente, non vi sale la curiosità?

La bellezza di questo libro è che la storia si regge tutto su questo inizio. Qui c'è tutto quello che dovete sapere. Tutto il resto è la conseguenza, ma anche la ragione, per cui tutta la trama prende strade del tutto inaspettate. L'anima del thriller quindi viene completamente rispettata: quattro parti suddivise in capitoli ricchi di colpi di scena e, ad un certo punto, anche voi vi troverete a ragionare come Ted per trovare una soluzione reale a quello che lo sembra e invece è una correlazione fra reale e fantasia. Questa storia mette sotto la lente d'ingrandimento il potere della suggestione indotta dalla nostra mente come meccanismo di autodifesa. Ted sta vivendo qualcosa che non sempre sembra avere una spiegazione logica, è reale e tangibile, ci sono degli omicidi, degli animali e molti personaggi sfuggenti. Il tutto c'è, è reale ma il problema è come si guarda ad ogni fatto che compone la storia; in quel momento, i ruoli delle persone cambiano e forse cambiano anche i fatti e i risultati ma le azioni rimangono molto spesso invariate. La parte geniale di questo lavoro è che, nonostante quello che vi sto spiegando sembra un gran caos, il libro è coerente e verosimile dalla prima pagina all'ultima.

In passato avevo detto di aver poche speranze di vedere qualcosa di nuovo, perché la maggioranza dei thriller si adagia sui canoni, giusti o sbagliati, che vendono. C'è quello che gira mezzo mondo a cercare la reliquia che scopre alla fin fine di averla lasciata a casa (come "Il profanatore di biblioteche proibite", o quelli che imbastiscono storie pazzesche, che ti fanno ben sperare, il cui finale però sembra una favoletta, come in "L'amore bugiardo" e c'è anche chi inizia un thriller e poi scrive altro come "La verità sul caso Harry Quebert" e poi ci sono scrittori come Federico Axat che invece riescono a creare un insieme che regge dalla prima pagina all'ultima. Il libro di oggi si inserisce sulla scia lasciata da "L'amore bugiardo" solo per costruzione e gioco fra realtà e irrealtà ma va anche oltre. L'autore non utilizza mezzucci per allungare il brodo, è focalizzato sulla storia e nessuno lo distrae da portare avanti gli eventi con perizia e minuzia tanto che non sembra ci siano sbavature. Non ci sono soluzioni che sono evidenti e che invece i protagonisti fanno di tutto per non vedere, come succedeva nel caso Quebert e, al contempo le descrizioni sono parte integrante della vicenda e dell'azione. Distendono il clima quando serve dare un ritmo diverso agli eventi e acuiscono il senso di oppressione negli eventi chiave. E Federico dimostra anche che non serve altro che la semplicità per ottenere un risultato apprezzabile e sopratutto credibile. Tutti i personaggi hanno il loro spazio sono caratterizzati e inseriti in situazioni che possano rendere visibili al meglio le loro caratteristiche principali. 

E' un libro scorrevole il cui successo sta proprio nei tempi e nella costruzione della trama sulle instabili vie che viaggiano sul confine fra reale e irreale. Di certo non vi annoierete a leggerlo e sicuramente non faticherete a trovarlo perché è appena uscito (8 settembre). Lavoro che ho comprato in ebook e che presto avrò anche in cartaceo perché, a differenza dei thriller citati poco più su, in questo caso la storia non è montata e svolta per un finale certo. Quindi come succede nei grandi classici, gialli o thriller che siano, si può tranquillamente rileggere per vedere se qualche indizio è sfuggito all'occhio del lettore! 
Io fossi in voi uno sguardo glielo darei e sono sicura che anche voi, come me, non lo metterete più giù fino alla parola "Fine".
Buone letture,
Simona Scravaglieri



Un altro da uccidere
Federico Axat
Longanesi Editore, Ed 2016
Traduzione di Elena Rolla
Collana "La gaja scienza"
Prezzo 16,90€




Fonte: Longanesi Editore

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